DELHI E RAJASTHAN – PARTE TERZA – AMBER FORT E JAIPUR

LA MERAVIGLIA!


AMBER FORT


Arrivare ad Ambert Fort è come entrare da protagonisti nella pellicola di un film.

Però pensi… dovrebbe essere un film indiano!

Ma non mi viene in mente nessun film indiano e me ne imbarazzo tantissimo!


Ho completamente trascurato questa componente, nel prepararmi per questo viaggio: cosa ha prodotto il cinema indiano?

Un amico mi disse che era convinto che il cinema indiano degli anni ’50 mi sarebbe piaciuto tantissimo. Conosceva le mie preferenze e non ho alcun dubbio avesse ragione, ma al momento credo mi fulminerebbe con lo sguardo se confessassi che l’unico film, a proposito di “indiano”, che mi viene in mente su due piedi è Il sepolcro indiano di Fritz Lang.


Eh, sì. Proprio lui, il Lang genio del cinema muto ed espressionista.


Ma se pensate a Metropolis, di fronte a un film come questo rimarrete un tantino sconcertati…

Il passaggio al colore non deve avergli giovato e quando l’ho visto incuriosita con i miei zii, non so quante risate mi sono fatta.


Allora, per togliermi di impaccio, posso dire che, di fronte ad Amber Fort, la sensazione è quella di essere in un film, ma quello che stanno girando proprio in quel momento!


E a pensarla così ci sono gli innamorati, a fare shooting fotografico per riprendere il loro amore.

E pensi che vorresti un abito come quello di queste donne bellissime!

Secondo le testimonianze storiche, la zona di Amber fu occupata come cittadella fortificata nell’XI secolo ed era dominata dalla tribù dei Meena, finché un principe Kachwaha, Dulha Rai, sconfisse i capi Meena e stabilì il dominio della sua dinastia Rajput.


La Fortezza è il luogo che meglio rappresenta il potere e la presenza della dinastia Kachwaha.

Il Forte Amber, come si presenta oggi, iniziò a prendere forma nel 1592, con Raja Man Singh I, che fu generale fidato dell’imperatore Mughal Akbar.


E qui inizio a perdere la testa: Ma Raja Man Singh era un Rajput. E ha servito per i musulmani Mughal (o Moghul)?

Amber si trovava sulla rotta dei pellegrini musulmani verso il santuario chishti di Ajmer, questo portò nel tempo a stringere alleanze fino a quelle importanti con i Mughal nel 1562.


La cosa davvero impressionante è trovare forum aperti con persone che si confrontano sulle loro origini, indiane e pakistane.

Sono scivolata su un forum dove persone che spiegano di avere origine Rajput si interrogano ancora oggi sui motivi che portarono i Rajput a servire i Mughal, alla luce poi delle vicissitudini dei secoli successivi che hanno creato una distanza tra pakistani e indiani e tra indù e musulmani.


Non vi è una risposta, ovviamente, le ragioni storiche si dispiegano nei secoli in meandri che sono stati peraltro trascurati, dimenticati, come è facile immaginare, per un popolo oppresso da una società per azioni a partire dal XVIII secolo.


Vedo questi ragazzi o adulti, non saprei, confrontarsi ancora oggi in questi forum… e penso al 14 agosto 1947, data della nascita del Pakistan, con la divisione dall’India britannica, “con l’obiettivo di creare una patria per i musulmani del subcontinente indiano.” 


“Questo evento, noto come Partizione dell’India, portò a spostamenti di massa senza precedenti: circa sette milioni di musulmani si trasferirono nel nuovo Pakistan, mentre circa cinque milioni di indù e sikh emigrarono in India. Le migrazioni furono segnate da violenze intercomunitarie e massacri, lasciando un bilancio di centinaia di migliaia di morti e profondi segni.”


Mi viene da piangere.


Non impariamo nulla.


Perché a nessuno interessa imparare nulla.

A nessuno interessa vivere in pace.

A nessuno interessa lo scambio, l’amore, la fratellanza, l’arricchimento sulla base della diversità.

A nessuno interessa dei morti, della vita o della morte, se è quella degli altri.


“La fortezza fu concepita come un rifugio sicuro contro gli attacchi nemici, combinando elementi architettonici indù e musulmani. Nei successivi 150 anni, diversi sovrani Kachhwaha contribuirono all’espansione del complesso.”


“Un ruolo particolarmente significativo fu svolto da Jai Singh I, che ampliò ulteriormente la struttura all’inizio del XVII secolo.”


“Durante questo periodo furono costruiti numerosi monumenti impressionanti, tra cui il complesso del palazzo Kachwaha (City Palace, che vedremo dopo) e una sala delle udienze pubbliche (diwan-i-am) in stile Mughal.”

Jai Singh I fu quindi Raja di Amber e capo dei Rajput Kachhwaha.


La sua carriera militare abbraccia l’intero regno di Shah Jahan e il primo decennio del regno di Aurangzeb.

Lasciamo Fort Amber, con queste donne bellissime che svolgono il loro lavoro con dedizione e risultati, diciamo, faticosi ma interessanti, dati i mezzi disponibili.

Quanto mi ha incantata questo posto?


Prego, come da foto di seguito riportata:

Ma la meraviglia per me era appena cominciata! Vuoi, tu, Laura, nella giornata di oggi, sentirti una principessa? Oh, sì, certamente!


JAIPUR, THE CITY PALACE


Quarto nella successione dopo Jai Singh I, Jai Singh II salì al trono appena undicenne, acquisendo poi il titolo di Sawai (uno e un quarto), che lo metteva al di sopra degli altri Rajput.


Sembra, infatti, che L’imperatore Aurangzeb (il figlio di  Shah Jahan e Mumtaz, successore di Shah Jahan, ricordato come “Conquistatore del mondo”), abbia partecipato al matrimonio di Jai Singh: “strinse le mani al giovane sposo e gli fece gli auguri per il suo matrimonio.


In questa occasione, Jai Singh fece un commento irriverente all’Imperatore affermando che il modo in cui gli aveva stretto le mani faceva sì che l’Imperatore si fosse assunto il compito di proteggere lui (Jai Singh) e il suo regno (quasi cioè che fosse stato l’Imperatore a sottomettersi al giovane Maharaja e non il contrario).


Aurangzeb, invece di rispondere con indignazione alla battuta, si sentì compiaciuto e conferì al giovane Jai Singh il titolo di Sawai, che significa “uno e un quarto”, volendo intendere che malgrado la sua giovane età si era dimostrato più audace di un uomo, ossia appunto “un uomo e un quarto”. 


Nel 1727, dopo notevoli prove date in guerra, Jai Singh II coltivò i suoi interessi per la scienza e le arti e diede inizio ai lavori per una città/palazzo modello.”


Nacque così City Palace.


Un incanto.


Non sarei più uscita da lì.


L’architettura mi ha sopraffatta stavolta e non imponendosi, ma rapendomi a ogni intarsio e colore.

Amber Fort e Jaipur sono state la meraviglia che non mi aspettavo, un dono!


Nella foto qui sotto, una delle porte d’entrata.

Di seguito una delle porte per il Pitam Niwas Chowk, cortile interno, che fornisce accesso al Chandra Mahal.

Di seguito, invece, il Chandra Mahal o Chandra Niwas, l’edificio più imponente del complesso del Palazzo di Jaipur, alla sua estremità ovest.

Una volta entrati, abbiamo visitato il museo Mubarak Mahal, il “Palazzo Propizio”, ricco di stoffe, armi decorate, dipinti e tappeti.


Non eravamo sufficientemente prepararti e, di fronte alla esposizione degli abiti indossati da Sawai Madohosingh I, abbiamo supposto che gli stessi si indossassero a più giri, fermo restando poi scoprire su Wikipedia che “era alto 1,2 metri e pesava 250 chilogrammi ma, fatto interessante, ebbe 108 mogli”.

Oh My God!

Il video, lo so, è terribile, come tutti gli altri da me inseriti nel racconto, ma rende l’idea del cortile interno per intero e delle emozioni che si provano nel girare da un lato all’altro.

Qui sotto, la Porta Sud-orientale del Loto evocante la stagione estiva e dedicata a Shiva.

Di seguito la Porta dei Pavoni Nord-orientale, rappresentante l’autunno e dedicata a Visnu.

Particolare della Porta Verde Nord-occidentale, chiamata anche Porta Leheriya (che significa: “delle onde”), in colore verde evocante la primavera e dedicata a Ganesha.  Può vedersi intera nel filmato che ho inserito sopra.

Infine, questo un particolare della Porta Rosa, con motivi floreali ripetuti rappresentante la stagione invernale e dedicata alla Dea Devi.

A breve, nella quarta parte, andremo alla scoperta, ancora, delle altre meraviglie di Jaipur, quella che viene chiamata anche la città rosa!

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