DELHI E RAJASTHAN – Prima di chiudere: e poi, cosa è accaduto?

Voglio ricordarmi il mio non avente diritto a giudicare senza cognizione di causa. Voglio ricordare il mio diritto a continuare a disprezzare la cultura del potere e della prevaricazione.

A mio modo, lo farò ricordando quello che ho letto sulla storia delle prepotenze subite da questo paese straordinario che ha vissuto il susseguirsi di grandissimi regni e civiltà prima dello sciacallaggio coloniale, in particolare di quello di una squallida multinazionale prevaricatrice e assassina.


Neanche a farlo apposta, leggo in questi giorni il testo di Matteo Miavaldi, Un’Altra Idea dell’India, a proposito del collegamento che facciamo tra il Mahatma Gandhi e l’India:

“penso che confondere una parte – Gandhi – con tutto – gli hindu o, in casi estremi, l’intero popolo indiano – sia in assoluto la mistificazione più grande che abbia interessato l’India da quando esiste.

Un abbaglio che ha finito per obliterare in Occidente gli aspetti più rivoluzionari e violenti che hanno isperato decine di freedom fighters attivi ben prima.

Uomini come M. N. Roy e Rash Behari, che all’inizio del Novecento sobillavano la rivolta nascondendosi tra le pieghe degli ambienti rivoluzionari asiatici o, ancora prima, i martiri dei moti indiani del 1857, quando centinaia di migliaia di soldati, in servizio nell’esercito angloindiano, si rivoltarono contro lo strapotere della Compagnia britannica delle Indie orientali oggi considerata la prima multinazionale della storia.“


Passeremo in rassegna gli episodi chiave che hanno visto crollare a pezzi gli ultimi sultanati e il coraggio dei maratha che si sono battuti fino all’ultimo per difendere il loro territorio, la forza ammirevole di due donne meravigliose e la perfidia dei generali che hanno devastato e rubato al solo scopo di ingrassare le proprie tasche.


I testi presi a riferimento e da me studiati, da cui sono spesso tratte direttamente le parti virgolettate (web e wikipedia a parte) sono la Storia dell’Impero Britannico, di Luigi Bruti Liberati, e Anarchia, di William Dalrymple, di cui vi ho parlato qui: https://www.80kmdopo.com/racconto-di-viaggio-delhi-e-rajasthan-introduzione/


Quando nasce la CIO e quando inizia a cumulare un potere che la rende una vera e propria entità politica?


La East India Company viene fondata nel 1600.


Nel 1670 Carlo II aveva concesso alla compagnia l’esercizio di vasti poteri in India: acquisire territori, battere moneta, mantenere truppe e fortezze, stabilire alleanze.


Un’impresa commerciale diventava una entità politica, con tre presidenze sul territorio: Bengala, Madras e Bombay.


L’Impero Moghul era tramontato e l’ultimo grande impero induista ancora in piedi era l’impero Maratha.

Molti sovrani locali erano indipendenti.


1757, Robert Clive, il Bengala, Siraj ud-Daulah e Lutd un-Nissa


Il tre gennaio del 1757 il generale Robert Clive dichiarò guerra, in nome della Compagnia, a Siraj ud-Daulah, sovrano del Bengala, alleato dei francesi. Era la prima volta che la CIO dichiarava guerra a un principe indiano.

Maggior generale Robert Clive, primo Barone Clive di Plassey (Market Drayton, 29 settembre 1725 – Londra, 22 novembre 1774)

I frutti delle battaglie furono massacri, villaggi incendiati ed eccidi di cui uno particolarmente significativo, che vado a riprendere dall’illuminante “Anarchia”.

Ma prima devo dirvi chi era Mir Jafar, che da comandante dell’esercito bengalese sotto Siraj ud-Daulah, tradì durante la battaglia di Plassey e ascese al masnad (trono) dopo la vittoria britannica del 1757.


Siraj ud-Daulah aveva solo 25 anni quando fu catturato e fatto a pezzi da un boia, con sciabolate continue inflitte al suo viso (celebre ovunque per la sua delicata bellezza) e al suo corpo, e la sua carcassa mandata sul dorso di un elefante per tutta Murshirdabad.


Poco dopo Miran, il figlio di Mir Jafar, fece fuori tutte le donne della casata di Aliverdi Khan (di ud-Daulah).

“Settanta Begum innocenti furono portate in un luogo isolato in mezzo al fiume Hugly e la loro barca fu affondata”.

Le altre furono avvelenate.

I loro cadaveri furono ricongiunti a quelli delle altre portate a riva dalla corrente e furono sepolte insieme in una lunga fila di sepolcri, accanto al vecchio patriarca, nel giardino ombroso di Khushbagh, sulla sponda opposta dello Hugly, rispetto a dove oggi resta Murshirdabad, ridotta a una piccola città mercato.


Una donna fu risparmiata: sia Miran sia suo padre chiesero la mano di Lutd un-Nissa, famosa per la sua bellezza. “Ma lei rifiutò e inviò questa risposta: avendo cavalcato un elefante in passato, non posso accettare di cavalcare un mulo”.


Quello che l’autore di Anarchia passa a descrivere abbastanza nel dettaglio sono le cifre legate ai profitti che Clive, per primo, e poi la Compagnia intascarono dalla guerra, dalle conquiste, dai saccheggi, dallo sradicamento di un popolo, con l’annientamento di regni e relativi sovrani.

Una fortuna dannata, sporca del sangue dell’usurpazione.


Dopo Plassey, la Compagnia ottenne il diwani, il diritto alla ricossione delle tasse.


Nel giro di cinquant’anni la John Company arrivò al controllo diretto o indiretto di tutta l’India.


Nel 1788, Edmund Burke, il Cicerone britannico, padre del conservatorismo, definì il governo della Compagnia come un’autocrazia orientale completamente fuori controllo.


Per Burke, la CIO era diventata un’entità quasi statale che agiva senza scrupoli, tradendo i principi di buona governance e giustizia, e necessitava di essere ricondotta sotto il controllo dello stato per proteggere i diritti di coloro che governava. 


Con il susseguirsi del Regulating Act del 1773 e dell’India Act del 1784, i governatori generali non furono più scelti tra i membri della Compagnia, e la loro nomina divenne oggetto di difficili negoziati con il governo. “Nel subcontinente la John Company conduceva in modo proficuo i propri affari, ma a Londra governo e parlamento potevano interferire. Erano le premesse per la crisi che si manifestò a metà del secolo successivo.”


1799, Arthur Wellesley, I duca di Wellington, e Tipu Sultan.

Il cadavere dell’India


Il titolo di cui sopra è tratto da analogo titolo di un capitolo del testo “Anarchia”.

The Duke of Wellington is standing at half-length, wearing Field Marshal’s uniform, with the Garter star and sash, the badge of the Golden Fleece, and a special badge ordered by the Prince Regent to be worn from 1815 by Knights Grand Cross of the Military Division of the Order of the Bath who were also Knights Companion of the Order of the Garter. Fonte: Wikipedia.

Nel 1799 il colonnello Wellesley aveva preso parte alla liquidazione di uno dei più forti e bellicosi potentati indiani, Tipu Sultan, sovrano del Meysore.


Tipu dovette essere consapevole di avere scarsissimi possibilità di vittoria, tant’è che scrisse, nel suo libro dei sogni (perché ne aveva uno, evidentemente) di aver avuto un incubo: una schiera di reggimenti di cristiani britannici con teste di maiale che marcivano nella sua capitale.


E, ancora, quando venne a sapere che l’invasione da parte di Wellesley era cominciata, avrebbe detto: “preferisco vivere un solo giorno da leone che una vita da pecora… Meglio morire come un soldato che vivere da disgraziato alle dipendenze degli infedeli, nella loro lista di raja e nawab pensionati”. Che era, in effetti, quello che accadeva con i sultani che si sottomettevano.

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Tipu si difese strenuamente ma i mezzi a disposizione di Wwllwnsley non gli consentirono di competere e così, il 4 maggio del 1799, con un ultimo assalto durato solo 15 minuti, Seringapatam fu presa e Tipu ucciso.


“Oggi la maggior parte dell’antica capitale di Tipu è ridotta a pascolo e molto poco rimane a testimonianza del pristino splendore del regno di Tipu, la Tigre del Meysore, il sovrano indiano che più di ogni altro si oppose all’aggressione ella compagnia.”


“Signore e signori”, disse Lord Wellensley, quando gli fu recata la notizia della morte di Tipu, “brindo al cadavere dell’India”.

Ora tra lui e il completo dominio dell’India peninsulare restavano soltanto i corpi maratha sotto il comando francese.


Assaye, 1803


Il 23 settembre del 1803, Wellensley, che aveva studiato con precisione l’ordine di battaglia del nemico e il campo di battaglia, dava seguito alla fine dell’ultimo importante tentativo indiano di opporsi al dominio straniero della Compagnia.


Ad Assaye, in tre ore di battaglia, i Maratha lasciarono sul campo 6000 morti, le truppe regolari britanniche e quelle della compagnia, 428.

Anche dopo Waterloo, Wellensley continuò a sostenere che quella di Assaye era stata la sua più bella battaglia.


La prima guerra d’indipendenza indiana, 1857-1858


“La mattina del nove maggio 1857, nella caserma di Meerut, una cittadina a 60 km da Delhi, i sepoys schierati sotto il sole cocente assistevano alla punizione di 85 loro commilitoni colpevoli di insubordinazione, in quanto si erano rifiutati di usare il nuovo fucile.

“Questo episodio fu solo la goccia che fece traboccare un vaso già stracolmo: il pessimo trattamento che gli ufficiali britannici riservavano alle truppe indiane, la politica delle annessioni di Lord Dalhousie, nuovo governatore generale, e i viaggi in mare, che per gli Indù erano tabù (per gli appartenenti alle alte caste, viaggiare per mare significava contaminarsi e perdere il proprio status), imposti per andare a combattere contro i birmani avevano già reso fertile il terreno della insurrezione.


In particolare, Lord Dalhousie, nel 1848, appena arrivato, aveva escogitato la “dottrina dell’estinzione”: ai sovrani rimasti senza un erede naturale era proibito adottarne uno, così i principati diventavano poi proprietà della Compagnia. Tra il 1849 e il 1854, caddero per estinzione una decina di stati tra cui il peshwa di Poona Baji Rao II, il cui figlio adottivo, Nana Sahib, sarebbe diventato uno dei capi della rivolta del 1857.


Il fucile Enfield e i morsi sulle cartucce passano alla storia


Nel gennaio del 1857 si iniziarono a diffondere voci che nell’arsenale di Dum-Dum presso Calcutta si usasse grasso bovino e suino sulle nuove cartucce: un intoccabile avrebbe detto a un soldato brahmano che presto non ci sarebbe stata più la divisione in caste, dal momento che tutti sarebbero diventati impuri.


L’esercito britannico aveva adottato un nuovo fucile, l’Enfield, e la cartuccia, che conteneva polvere da sparo e il proiettile, doveva essere lubrificata per scorrere bene dentro la canna. L’addestramento militare britannico del tempo prevedeva che i soldati aprissero con un morso la cartuccia, rovesciassero la polvere da sparo in essa contenuta all’interno della canna e a quel punto vi pressassero dentro l’involucro cartaceo vuoto, che fungeva da borra, per poi inserire la pallottola, estrarre la bacchetta, imbracciare il fucile, inserire la capsula sul luminello e, infine, sparare (https://it.wikipedia.org/wiki/Pattern_1853_Enfield).


Per gli indù la mucca è un animale sacro, per i musulmani il maiale è impuro.


In effetti sembrerebbe che negli arsenali usassero grasso vegetale, ma pensare che la Compagnia volesse distruggere le usanze della società indiana e poi cristianizzarla era una conclusione troppo semplice da raggiungere, anche alla luce dell’operato degli evangelici, che intanto avevano vinto la loro battaglia per poter avere il diritto di andare a convertire la popolazione.


La Compagnia non vedeva affatto di buon occhio l’intromissione dei missionari, che avrebbero di fatto svolto il ruolo di cani da guardia della moralità pubblica. Ma soprattutto mostravano un assoluto disprezzo per le due religioni e soprattutto per gli orrori e abomini dell’induismo.

I vertici militari, di fronte alle insurrezioni, seppero solo adottare misure repressive, esasperando gli animi e portando alle numerose atrocità che furono commesse stavolta ad opera degli indiani che non sopportavano più lo stato di sottomissione, ritenuti esseri inferiori, schiavi nella propria terra.


“Ricordatevi di Cawnpore”


L’assedio di Cawnpore fu un episodio chiave della rivolta indiana del 1857.

Le forze della Compagnia delle Indie Orientali e i civili assediati a Cawnpore (oggi Kanpur) furono ingannati dalle forze ribelli al comando di Nana Sahib, che li indussero a una falsa promessa di un passaggio sicuro per Allahabad.

La loro evacuazione da Cawnpore si trasformò così in un massacro; la maggior parte degli uomini fu uccisa, mentre donne e bambini furono portati in un’abitazione vicina, nota come Bibi Ghar.

Mentre una forza di soccorso della Compagnia delle Indie Orientali proveniente da Allahabad si avvicinava a Cawnpore, circa 200 donne e bambini britannici catturati dai ribelli furono massacrati in quello che divenne noto come il massacro di Bibi Ghar, e i loro resti furono poi gettati in un pozzo vicino.

Dopo la riconquista di Cawnpore e la scoperta del massacro, le forze della Compagnia, infuriate, intrapresero una rappresaglia su larga scala contro i soldati ribelli catturati e i civili locali.


Gli omicidi fecero infuriare la base britannica contro i ribelli sepoy e ispirarono il grido di guerra “Ricordatevi di Cawnpore!“.


La reazione dei britannici fu ancora più atroce e ad occuparsene fu il colonnello James Neill, uno psicopatico che interpretava il ruolo di angelo sterminatore per volontà divina, al fine di purificare l’India con il ferro e con il fuoco.


Già prima di Cawnpore aveva utilizzato sistematicamente terrore e sterminio per impadronirsi di una regione che era passata ai ribelli.

E continuò a dare il meglio di sé umiliando gli indù prima di ucciderli, perché morissero da impuri.


La violenza dei vincitori britannici era fuori controllo.

Un altro psicopatico, William Hodson, comandante di un reggimento di cavalleria irregolare, raggiunse il rifugio del sovrano di Delhi, lo costrinse ad arrendersi promettendogli salva la vita, cosa che fece, ma pensando bene, rivendicando orgogliosamente di essere figlio di un vicario, di uccidere i figli e il nipote a sangue freddo, così, tanto per.

Emilio Salgari, nel suo romanzo “Le due tigri” del 1904, dedica alla vicenda un capitolo, intitolato le stragi di Delhi, in cui mostra la sua simpatia per i “valorosi difensori della libertà indiana”.


Dopo la caduta di Delhi, i generali britannici intrapresero la campagna di riconquista delle regioni perdute che durò fino a novembre 1858.


L’unico leader indù che seppe tener testa alle truppe invasori fu Tantia Tope; Pur non avendo ricevuta una formazione militare fu probabilmente il migliore ed il più efficiente dei generali dell’insurrezione.


Rani Lakshmi Bai


A questo punto della storia, ecco stagliarsi sullo scenario degli avvenimenti un’eroina della ribellione: Rani Lakshmi Bai, nota anche come Jhansi Ki Rani, ovvero “Regina di Jhansi”.

Portrait of Lakshmibai, the Ranee of Jhansi, (1861 by Royal Artist of Jhansi Ratan Kushwah in Indore) Probably done after her death (June 1858): she wears a valuable pearl necklace and a cavalrywoman’s uniform

“Il 1º giugno 1858 Rani Lakshmi Bai, a capo dei suoi rivoltosi, prese la fortezza di Gwalior, feudo della dinastia Scindia, fedeli agli inglesi.

Tuttavia la Rani, il 17 giugno, mentre combatteva a cavallo, vestita sontuosamente nei suoi abiti da parata, durante la seconda giornata di combattimenti della Battaglia di Gwalior, fu uccisa da un colpo di carabina sparato dalle file dell’8° Ussari Reali Irlandesi, secondo il resoconto di tre esponenti indiani neutrali.

Nel suo rapporto della battaglia, il generale Rose, nel descrivere la sua avversaria, annotò che la Rani di Jhansi, notevole per la sua bellezza, intelligenza e perseveranza, era stata l’unico vero uomo tra i ribelli.
Tuttavia, la mancanza di un cadavere da identificare sul campo di battaglia fece sostenere al capitano Rheese che Lakshmi Bai non era morta a Gwalior, facendogli dire pubblicamente “la regina di Jhansi è viva!”

Molto probabilmente le sue esequie furono organizzate il giorno stesso della sua morte sul logo dove essa cadde combattendo, a soli 29 anni.” (https://it.wikipedia.org/wiki/Rani_Lakshmi_Bai)


Il personaggio di Rani Lakshmi Bai mi affascina terribilmente, quando leggo “vestita da cavaliere maratha” penso a Clorinda e alla Gerusalemme liberata, e i in generale penso quanta sofferenza debba esserci da parte di chi desidera solo resistere rivendicando il diritto di vivere in pace nelle proprie terre.


Charles Dickens e Karl Marx


Nel bilancio del “Grande ammutinamento”, a fronte di circa 6000 caduti britannici sono stati calcolati 800000/900000 indiani uccisi.


L’opinione pubblica in gran Bretagna era tutta rivolta contro i ribelli.


Naturalmente circolavano i racconti delle atrocità commessi dagli indiani, in particolare si diffuse la notizia degli orrori degli stupri dei ribelli alle donne britanniche, Il 4 ottobre 1857 Charles Dickens scrisse che avrebbe voluto essere il comandante in capo in India “per sterminare la razza sulla quale pesa la macchia delle recenti crudeltà”.


Mi domando, tutto questo, non vi ricorda qualcosa, oggi, nel mondo?


Marx nel 1857 era stato l’unico tra gli studiosi occidentali a parlare di “rivolta indiana” nei termini di una insurrezione nazionale.

Nel 1959 le Edizioni in Lingua Estera di Mosca riunirono gli scritti di Marx ed Engels sull’argomento e li pubblicarono con il titolo “The First Indian War of Indipendence, 1857-1859”.

Il libro fu bandito dalle autorità britanniche ma, pubblicato in inglese in Olanda, circolò clandestinamente negli ambienti nazionalisti.


Il bando rimase fino al 1947 ma Jawaharal Nehru, primo ministro dell’India indipendente, adottò ufficialmente la dizione First War of Indipendence.

foto dal web


La fine del potere della CIO


Il due agosto 1858 il parlamento britannico approvò Il Governement of India Act con il quale tutti i diritti, sino allora goduti dalla Compagnia in terra indiana venivano trasferiti alla Corona.

Il primo maggio del 1876 Vittoria fu proclamata Imperatrice dell’India e da qui in poi la storia che poi ha portato all’India indipendente la conoscete per quanto ci è stato dato modo di sapere… Quindi in realtà in modo parziale e un tantino fuorviante… Ma…


…Ora è giunto il momento di tirare le conclusioni, tornando a Delhi, con l’ultima parte!

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