ALLA RICERCA DI UNA CONSAPEVOLEZZA
Delhi, ma non solo, è stata una esperienza pazzesca, impressionante e su cui riflettere. Sono una persona concreta, abbastanza oggettiva, e questo mi aiuta a trovare quasi sempre un cantuccio dove restare in equilibrio anche precario.
È stata un calcio nello stomaco, una spaccatura di timpani, la frammentazione dell’olfatto, una isteria per la vista affannata a rincorrere non sapeva più cosa e dove.
È stata lo scendere negli inferi per riconoscerne l’esistenza.
È stata poter asserire di non poterlo ignorare, perché lo hai visto davvero.
È stata l’essere felice di non ignorarlo per il solo fatto che esista.



Cosa sappiamo dell’India? La consapevolezza va coltivata. Iniziamo con qualche tassello, per un grossolano gioco del perché, da parte di una non studiosa e solo curiosa!
Una delle prime parole indiane entrate nella lingua inglese fu il termine gergale hindustani per “bottino”: loot. A spiegarcelo è William Dalrymple, nel suo “Anarchia”, pubblicato per la prima volta nel 2019.

Dalrymple è uno storico e scrittore britannico, specializzatosi proprio nella storia dell’India, e tra il 2002 e il 2019 scrive anche altri testi sui Mughal e sulla disgregazione del loro Impero.
Ma ciò che più conta è che, contrariamente ai testi sull’argomento disponibili a cura di importanti storici, anche italiani, questi sono scritti da qualcuno che l’India l’ha scelta e vi si è trasferito e ci vive dal 1989 ed è un britannico.
Emblematica è la scelta dell’autore di aprire l’introduzione al suo libro con la storia della diffusione del termine loot, usato raramente al di fuori delle pianure dell’India del nord fino alla fine del diciottesimo secolo, che poi si diffuse improvvisamente in tutta la Gran Bretagna.
A cosa è legato tutto questo?
Per farcelo comprendere Dalrymple “ci invita” nel forte dirupato di Powis Castle, stracolmo delle ricchezze indiane che la Compagnia delle Indie Orientali ha estorto nel corso del diciottesimo secolo ai regnati: vi sono più manufatti Moghul accatastati in questa villa privata, nella campagna gallese, che esposti in qualsiasi luogo dell’India, incluso il National Museum di Delhi.
La East India Company, fondata nel 1600, mentre Shakespeare scriveva della tragedia di Amleto, con la denominazione The Company of Merchants of London Trading into the East Indies, aveva messo piede sulla costa orientale dell’India nel 1612 stabilendo una base commerciale a Surat.
Nel 1670 Carlo II aveva concesso alla Compagnia di acquisire territori, battere moneta, mantenere truppe e fortezze, stabilire alleanze: è evidente che l’impresa commerciale era diventata una entità politica autonoma e aveva stabilito le sue tre presidenze, quella del Bengala, quella di Madras e quella di Bombay.
Il subcontinente non era più sotto il dominio dei Moghul, la loro dinastia era stata soppiantata in parte dai Maratha ma per lo più vi erano governanti locali indipendenti.
Il 23 giugno del 1757 il generale Robert Clive inflisse a Plassay una sconfitta decisiva al sovrano del Bengala e ottenne il diwani, il reddito di riscossione delle tasse.
Fu l’inizio della fine: nel giro di cinquant’anni la Compagnia avrebbe esteso il proprio controllo diretto o indiretto a tutta l’India.
“Che onore ci rimane”, chiese un funzionario Moghul, “se dobbiamo prendere ordini da un pugno di mercanti che non hanno ancora imparato a lavarsi il sedere?”
Dalrymple tiene a osservare quanto molti di noi, almeno di base, già sapevano: “si sente ancora dire che gli inglesi conquistarono l’India, ma questa frase cela una realtà più sinistra.
Non fu il governo britannico che iniziò a dilaniare l’India, un pezzo alla volta, a metà del diciottesimo secolo, ma una SOCIETA’ PRIVATA, PERICOLOSAMENTE NON REGOLAMENTATA, basata in un piccolo ufficio di sole cinque finestre a Londra, e gestita in India da un predatore aziendale violento, assolutamente spietato e, a tratti, mentalmente instabile: Robert Clive.
LA TRANSIZIONE DELL’INDIA AL COLONIALISMO AVVENNE PER MANO DI UNA SOCIETÀ A SCOPO DI LUCRO CHE OPERAVA AL SOLO FINE DI ARRICCHIRE I SUOI INVESTITORI”.
“Per molti aspetti la Compagnia delle Indie Orientali fu un modello di efficienza commerciale: a cent’anni dalla sua fondazione, aveva solo trentacinque dipendenti fissi nella sua sede centrale.
Ciononostante quell’organico striminzito mise a segno un COLPO DI STATO AZIENDALE senza precedenti: la conquista militare, l’assoggettamento e il saccheggio di vaste aree dell’Asia meridionale.
A TUTT’OGGI RIMANE QUASI CERTAMENTE IL SUPREMO ATTO DI VIOLENZA IMPRENDITORIALE NELLA STORIA DEL MONDO.”
Iniziamo a ricordarci questi particolari, ma facciamo un passo indietro, andando alla scoperta dei luoghi che abbiamo visitato: abbiamo menzionato i Moghul e poi i Maratha, popoli che non conoscevo e che hanno fatto la storia dell’India.














