DELHI E RAJASTHAN – PARTE PRIMA, DELHI

GUARDAMI, RIDO


Guardami.

Rido.

Sono diversa da te.

Tu mi vedi diversa: folle, pazza, sporca.

E tu sei diversa da me.

Pazza, sporca, di tutto ciò che ingoi come se non fosse mai abbastanza.

Hai perso le gengive.

Hai le occhiaie.

Hai incubi tutte le sere

perché sai che nulla cambierà mai.

Guardati intorno: non ci sono finzioni.

La follia non va edulcorata.

La follia è follia ma la edulcorate

perché tutto appaia normale.

E intanto ingoi e ti sporchi.

Dentro.

Viviamo in una follia che si autoalimenta della propria follia ciclicamente,

e noi siamo folli, per non impazzire.

Per non dover fingere.

E non fingiamo.

Tu inventi una non follia perché la tua, di follia,

si manifesta al profumo di candeggina

e ti stritola dentro il cervello.

Guardati intorno.

Guarda la follia che si manifesta intorno a te, fuori di te.

La follia non la devi ingoiare, la devi guardare in faccia.


No, neanche per un attimo ho pensato di avere una dignità superiore alle persone che mi sono trovata davanti.


Quando siamo arrivati a Delhi, Paolo, il nostro tutor, ci ha detto che, partendo da lì, con la nostra esperienza di viaggio, saremmo stati preparati poi a tutto, sarebbe stato tutto in discesa.

Abbiamo, credo tutti, potuto solo percepire di cosa stesse parlando, visto che i documentari, proprio come il tizio di cui ho parlato nella Introduzione, li abbiamo visti tutti. In effetti non avevamo assolutamente idea di quello che ci saremmo trovati davanti agli occhi.


Ma andiamo con ordine.


E l’ordine dettato dalla organizzazione della visita ha fatto sì che il primo impatto con Delhi fosse con i suoi bambini.

È stato un bene assoluto, mi ha predisposta completamente, mi ha fatto aprire immediatamente.


I bambini esercitano su di me un fascino delicato.


Mi ci avvicino sempre con rispetto e discrezione. Non amo le moine, non sto lì a vezzeggiarli.


Mi ci avvicino e sorrido e vedo se sono ricambiata.

Se si tratta di bambini un po’ più grandi, che vogliono già darsi qualche arietta, il mio sorriso cambia, si fa più distante e, allo stesso tempo, complice, per comunicare che accetto qualunque sfida.


Ma i bambini che stavolta ho fotografato non ci davano affatto retta, assorti dai loro giochi, dalla complicità tra loro.

Erano un team imbattibile, alla ricerca del mondo, per sfidarlo.


I bambini sfidano il mondo, il mondo non può reggere. Il mondo è troppo piccolo per certi bambini. Troppo rattrappito, asfissiante.


Loro vorrebbero allargarlo, ma lui non regge il confronto con tanta audacia e bellezza.


SHAHJAHANABAD – JAMA MASJID

Sai chi era Shah Jahan? Lo conosci, fidati!

Proprio lui, quello che ha fatto costruire il Taj Mahal, il mausoleo dedicato alla moglie amatissima, Mumtaz, deceduta per dare alla luce il loro quattordicesimo figlio.


Quello che però devi sapere più nello specifico è che Shah Jahan era uno dei sei Gran Mughal, che governarono il più grande impero islamico dell’India, dal 1526 al 1707, l’impero Mughal, appunto.


Furono tutti grandi governanti, uomini politici e condottieri e studiosi di grande cultura, ma ognuno dedito a un particolare vizio, dall’alcool, all’oppio, alla superstizione.


Ma torniamo a Shah Jahan. Per gran parte del suo regno (1627-1658) permasero stabilità politica ed economica.


Quando nel 1631 morì Mumtaz, osservò un lutto di due anni, dopo i quali operò purtroppo scelte poco sagge, mettendo le campagne militari nelle mani dei suoi quattro figli, passando dalla dissolutezza alla ortodossia più rigida, reintroducendo la tassa per i non-musulmani, scoraggiando la costruzione di templi indù, per quindi dedicarsi ad ambiziosi progetti edilizi.


Fondò, quindi, una nuova capitale, affianco a Delhi, chiamandola Shahjahanabad, oggi la vecchia Delhi, dove venne costruita Jama Masjid che, arenaria rossa e intarsi di marmi e ottone, è la più grande moschea della comunità musulmana dell’India.


Siamo nella metà del 1600, in particolare Jama Masjid viene completata nel 1659.


I fedeli si aspergono ritualmente nella corte, per quindi pregare rivolti alla nicchia del salone, verso la Mecca.

Siamo quindi partiti dall’India islamica, dall’India musulmana e dai suoi figli, quelli di un impero che ha rappresentato un vero e proprio apogeo, che poi è andato disperdendosi, mentre intere contrade diventavano indipendenti e sovrani e proprietari terrieri indù tornavano al potere.


L’80% della popolazione è indù, circa 827 milioni di persone, ma ciò che non ti aspetti probabilmente è sapere che i 138 milioni di musulmani dell’India, oltre ad essere la seconda comunità religiosa del paese, costituiscono la seconda comunità islamica del mondo dopo l’Indonesia.

A seguire, ci sono il Pakistan e il Bangladesh. 


CHANDNI CHOWK


Dopo queste visita, ci siamo addentrati nelle strade e nei vicoli, per esplorare il Chandni Chowk, uno dei più antichi e affollati mercati dell’antica Delhi, fatto costruire ancora da Shah Jahan, su progetto, questa cosa mi illumina, della figlia, Jahanara Begum.


Jahanara era la figlia favorita e più influente di suo padre, al punto che quando morì l’amata Mumtaz Mahal, nel 1631, Shah Jahan nominò la allora diciassettenne Jahanara, Padshah Begin, titolo imperiale Moghul femminile più alto che potesse essere conferito a una consorte imperiale, che la rendeva quindi pari a una imperatrice consorte.


Oltre a tutto questo scopro su wikipedia che Jahanara era anche scrittrice e che ha finanziato direttamente la costruzione di tanti edifici Moghul, moschee, giardini, palazzi.

Pensando a tutto il travaglio che deve aver subito questo paese, si resta ancor più affascinati da questi sprazzi di storia imperiale.


Allora riesci a gestire il caos, il tuktuk che a momenti ti penetra nelle costole, nelle viuzze caotiche, e mentre cerchi di rubare qualche immagine a negozi e bancarelle, entri un po’ nel ritmo, in assonanza con quel disordine per non restarci sotto e, sebbene ne resti lontano, qualcosa funziona e quei volti e il disordine diventano parte di un quadro che ora stai vivendo con loro anche tu: non esistono elementi spuri che possano fare la differenza per loro e, a ben pensarci, questa è una cosa straordinaria.


Se passi e sei diverso da loro o non ti si considerano affatto o ti sorridono… e tu ci navighi con tutto il resto, dentro questa entropia pazzesca del “tutto si genera in maniera caotica e nulla si distrugge”.

FATEHPURI MASJID


Ci siamo poi recati a Fatehpuri Masjid, fatta costruire nel 1650 da Fatehpuri Begum, una delle mogli di Shah Jahan, originaria di Fatehpur Siki.


Ma la cosa più impressionante dovevamo ancora viverla:


il passaggio nel MERCATO DELLE SPEZIE.


Non affidatevi alle melliflue descrizioni su internet, che parlano di colori e odori strabilianti. La verità è che si è trattato della discesa negli inferi. Quindi della scoperta dell’inimmaginabile.


È cominciato qui il vero viaggio.

Per me.

Ho capito quale fosse l’India che volevo riportarmi a casa.

Nei giorni successivi abbiamo visitato il Taj Mahal, ma è come essere rimasti in una sorta di attesa, quella di attingere ancora all’inimmaginabile.

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