DELHI E RAJASTHAN – PARTE SECONDA – TAJ MAHAL (AGRA) E FATEHPUR SIKRI

LA PACE.


TAJ MAHAL


“O Anima che riposi. Ritorna al Signore, in pace con Lui ed Egli in pace con te. Entra come uno dei Suoi servitori. Ed entra nel Suo giardino.”


È la citazione del Corano che si legge negli intarsi del portale monumentale.

Per costruire il Taj Mahal ci vollero 22 anni.


Artigiani e manovali arrivarono da Delhi, Baghdad, Samarcanda, dalla Turchia e da altri luoghi dell’Asia.

Il marmo veniva da Makrana, presso Jaipur, le pietre preziose e semi-preziose dai luoghi più diversi, il diaspro dal Punjab, la giada dalla Cina, i lapislazzuli dall’Afghanistan, l’agata dallo Yemen…


È senz’altro emozionante entrare nel Taj Mahal, rilassarsi alla sua vista, al tramonto e all’alba, respirare a un ritmo diverso, avvolti nella magia del marmo bianco.


Eppure, nelle sere successive, con i compagni di viaggio ci si confrontava su cosa ci fosse piaciuto maggiormente, fino a quel momento, delle nostre visite, e io ho asserito il mercato delle spezie e ho aggiunto che il Taj Mahal mi era piaciuto ma non mi aveva stravolta, come normalmente mi accade con altre forme d’arte.


Qui entriamo in un discorso complesso e spero di non apparire così pazza.


Ho una sensibilità artistica abbastanza definita che è inevitabilmente frutto della mia cultura e delle mie esperienze.

Intanto a colpirmi maggiormente entrandomi dentro sono le pieghe della pittura di un quadro, più di una tornitura architettonica.


Ci ho ragionato e sono arrivata alla conclusione che il motivo deve risiedere nella necessità di entrare in contatto con un dettaglio, entrarci dentro, con la calma e i tempi che desidero sostenere.

Allora, le opere architettoniche per vincere devono sovrastarmi, letteralmente…

Devono annientare la mia necessità di assorbire piano i particolari, scelti sulla base di una attrazione di primo acchito immotivata, di assaporare le emozioni che si espandono con lentezza.


Così, sul fronte dell’architettura, a togliermi il fiato, lasciandomi sopraffatta, è il gotico, quello delle cattedrali, tutte, ovviamente tanto di più se imponenti.

E quando penso alla Cattedrale di Chartres, vista che non ero nemmeno adolescente, ancora mi si smuove la pancia.


Questo non significa certo che non abbia provato profonda meraviglia e grandissima emozione.

Sto solo dicendo che nelle sere successive non mi sono cullata al pensiero di queste immagini, ma ho continuato a gestire altre emozioni, cercando di trattenere con la mente gli occhi contornati di nero e i sorrisi, i denti, tinti di oro, le mani, i corpi, i capelli e i loro veli, le persone che ho incrociato nei mercati.


La bellezza ti lascia sempre a bocca aperta e ti prende in tutte le sue forme, se vuoi accoglierla e se ti affascina anche la storia che c’è dietro a ogni luogo.


E in questo caso per me l’aspetto della scoperta di una storia mai studiata è stato il motore per lasciarmi andare nel corso delle visite, come questa al Taj Mahal.


Avrei voluto conoscerlo Shah Jahan, per non parlare della figlia e della sua amatissima moglie!


Ma anche al Taj Mahal mi sono innamorata delle persone.


Soprattutto delle donne, con quegli abiti morbidi ad accarezzare le curve dolci, robuste o delicate, adagiati come se i tessuti sfiorassero direttamente la parte più spontanea della loro anima, quella con la quale ti sorridono.


Perché il sorriso a un estraneo è un puro atto di generosità, è un dono che, se insincero, non avrebbe ragione di essere affatto e allora non può che essere puro.

E questo è valso anche per questo ragazzo, che all’alba si è lasciato fotografare sullo sfondo del mausoleo inserito nel 2007 fra le nuove sette meraviglie del mondo.

Lui, invece, è incaricato di dare acqua ai giardini immensi che si stendono dalla porta principale al mausoleo.

E questo giovane monaco, come tutti, non poteva fare a meno di andare alla ricerca del selfie perfetto!

Accidenti! Ancora non ci siamo!

Ci sono persone che restano nei tuoi scatti, cui dedicare sempre un pensiero grato, per aver reso speciale la tua visita in certi luoghi.

E poi, una cosa ancora meravigliosa, è la fauna indiana e i suoi volatili!

FATHEPUR SIKRI


Fathepur Sikri ha il fascino delle città fantasma con qualcosa in più: la capacità di rievocare presenze dal passato e di aspettarti che, da un momento all’altro, i padroni di casa si presentino di tutto punto a chiedere che ci facciate lì.


E questo per lo stato di conservazione davvero buono in cui verte.

La storia della sua costruzione, poi, suggestiona particolarmente.


Siamo ancora con i Gran Mughal, stavolta nel 1568 con l’Imperatore Akbar (padre di Jahangir, a sua volta padre e predecessore di Shah Jahan).

Il potente Imperatore, allora ventiseienne, aveva appena consolidato l’Impero e pur avendo diverse mogli non aveva ancora eredi.

Dopo il pellegrinaggio annuale alla tomba di Ajmer Chishti (mistico indiano sufi e filosofo), si fermò qui per visitare un santo, Shaikh Salim, che gli predisse che avrebbe avuto tre figli maschi.


Fu due anni dopo la nascita del secondo figlio che ebbe inizio la costruzione di questa nuova città, presso la dimora del Santo, che volle fosse un centro commerciale, culturale e amministrativo dell’Impero.

La tomba di Shaikh Salim si trova nella moschea Jama.

Il figlio di Akbar, Jahangir, amò particolarmente questo posto, definendolo l’opera di architettura più straordinaria voluta dal padre, e suo figlio, Khurram, che divenne poi l’imperatore Moghul Shah Jahan, citò questa moschea come modello per la sua Moschea Jama a Delhi.

Siamo ripartiti, stavolta alla volta del Rajasthan! E delle meraviglie di Jaipur.

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