Chi mi conosce sa che, sebbene possa essere stravolta, alle prese con emozioni contrastanti, prima di uscirne fuori e tutta intera non posso fare a meno di cercare di mettere ordine, riepilogare, nel tentativo, a volte ricorsivo, lungo e intricato, di riprendere il filo e cercare di recuperare i pezzi, nonostante non siano mai tessere di un puzzle.
L’espressione rimetto insieme i pezzi del puzzle mi appare, in effetti, abbastanza farlocca.
Ogni volta che lo guardi, ogni tassello ti dice qualcosa di diverso dalla volta precedente… Quindi rimettere in ordine sì, ma per lasciare liberi emozioni, pensieri e disordini, al solo scopo che questi partano da presupposti nuovi e rinnovati.
Mettere ordine al solo scopo di crearli ulteriori presupposti, poi puoi giocarci sopra e perderti ancora.
Per come ho vissuto questo viaggio nel ricordo del viaggio, al momento proverei a riepilogare le mie conclusioni nei seguenti punti:
- il disastro che nasce dal pregiudizio per la diversità dell’altro.
- Senza scomodare la Storia e il fatto che sappiamo bene chi la scriva, la constatazione che ricordiamo e impariamo da fatti assolutamente selezionati: scegliamo cosa riconoscere come realtà storica e cosa ricordare e cosa no. Che la cosa sia indotta o meno, non importa: non facciamo assolutamente nulla per evitare che ciò accada.
- il disastro conoscitivo che nasce dal pregiudizio ideologico di cui ci nutriamo in modo del tutto inconsapevole.
Nel fare questo devo dirvi che concludere la lettura del libro di Miavaldi mi ha decisamente aiutata.
Partiamo dal punto primo.
1. IL PREGIDIZIO PER IL DIVERSO
Non ne è esente nessuno.
Vi ricordate quando nella premessa ho scritto che una persona disgustata mi aveva detto, dopo aver visto le immagini che avevo scattato a Delhi, paragonandole a quelle di Cuba, che la povertà di Cuba ha una dignità?
Tra tutte è stata l’unica battuta che mi ha davvero preso a pugni in faccia.
Eccole le foto, sono quelle del mio ultimo giorno a Delhi.




Abbiamo girato nella periferia e nei suoi mercati, e quando siamo rientrati prima di ripartire, Paolo lo volevo abbracciare, per fargli capire quanto gli fossi grata per quell’ultima immersione nella gente, nella vita, sebbene di passaggio, sebbene per poche ore.




Ma poi è arrivato un dono: una persona a me cara ha ricevuto le stesse foto e mi ha scritto: “Laura, mi è venuto da piangere. Sono sincero. Queste foto sono una più bella dell’altra. E io ti sono veramente grato. E’ un privilegio essere nei tuoi pensieri e poter vedere questa storia.”
Ora, indipendentemente da cosa si possa pensare delle mie foto, è assolutamente chiaro quello che D. ha voluto comunicarmi quando le ha viste. Ha capito. Era arrivato alle conclusioni prima ancora che ci arrivassi io. Prima ancora che iniziassi a scrivere la premessa.

Condannare la violenza… Cosa significherà mai?
Il 2025 mi ha regalato dei momenti unici e straordinari, come il viaggio che vi ho raccontato.
Nel corso dell’anno che si è chiuso ho avuto la fortuna di conoscere e dialogare con un reportagista molto importante, che ha vissuto molto tempo a contatto diretto con le realtà più bistrattate del mondo, entrando in contatto con le persone e facendosi portavoce di una visione diversa, che parte dallo smantellamento di qualsiasi buonismo, del tipo, hanno ragione ma…
Quando l’ho ascoltato la prima volta sono rimasta incantata da come, con semplicità e assoluta tranquillità, rispondeva a chi lo incalzava sulla necessità di distinguere tra il bistrattato violento e il bistrattato “perbene” che la violenza la condanna.
Il Maestro raccontò un episodio che mi fece venire la pelle d’oca, riguardante l’11 settembre e delle persone, perbene, dei professionisti stimati e ammirati, che avevano esultato alla notizia… per il solo fatto di essere giapponesi.
Condannare la violenza significa desiderare di sradicarla. Desiderare di sradicarla significa condannare chi continua a farne uso per creare nuovi scenari da cui trarre in qualche modo un profitto.
Facciamo in modo che al mondo non ci siano bistrattati.
L’inferiorità dell’altro è un concetto connaturato in noi.
E la storia dell’India ce ne parla chiaramente e, per restare con quello che vi ho riportato (https://www.80kmdopo.com/delhi-e-rajasthan-prima-di-chiudere-e-poi-cosa-e-accaduto/), non tanto per i conquistatori spietati, che di sfruttare e azzerare un popolo per loro inferiore non avevano alcuno scrupolo, MA PER LE REAZIONI IN GRAN BRETAGNA, PER LE PAROLE DI DICKENS, PIUTTOSTO CHE PER I MISSIONARI CHE PRETENDEVANO DI CONVERTIRE SANTONI LEGATI IN POSIZIONI IMPROBABILI E CON LE RAGNATELE TRA I CAPELLI.
A proposito di tutto questo, vorrei consigliare la visione di un film bellissimo:
Il Fondamentalista Riluttante
di Mira Nair, tratto dal romanzo dello scrittore pakistano Mohsin Hamid.

Il giovane pakistano Changez Khan, laureato brillantemente a Princeton, era un ambizioso analista finanziario, perfetto prodotto di Wall Street, classica macchina da guerra nella epurazione di sofferenti teste aziendali.
Dopo l’11 settembre 2001, la sua vita cambia radicalmente a causa dei sospetti e dei pregiudizi. Anche il rapporto con la sua compagna, Erica (nome assonante con America), cambia, quando la donna rivela tratti legati al vizio, radicato nel profondo, di una evidente cultura della diversità.
Tutto questo porterà Changez a tornare in patria dalla famiglia, accettando una docenza presso l’università locale.
Changez, pur respingendo la violenza, si ritrova intrappolato in una realtà che lo spinge verso il “fondamentalismo” ideologico, riscoprendo il suo orgoglio pakistano e anti-americano, diventando un “fondamentalista” nel senso di chi aderisce con fervore a principi nazionalisti e anti-occidentali.
Ma il motivo per cui menziono il film sta in particolare nella battuta che Changez subisce ad opera di un “editore di Istanbul che il protagonista è stato inviato a liquidare per scarsità di profitti. Lei sa chi erano i giannizzeri? Gli chiede questo fine intellettuale dagli impeccabili modi levantini e dalla piega amara e sprezzante. No, Changez non lo sa. Erano i perfetti soldati del sultano ottomano, bambini rapiti prima dei dieci anni nei territori cristiani dell’impero e allevati al tradimento e all’obbedienza come perfette macchine. Oggi, conclude la spiegazione, il giannizzero è lei.” (Paolo D’Agostino)
Changez è prima un giannizzero, prima servo e poi capro espiatorio e passa da una cosa all’altra perché è sempre e resta sempre un diverso.
La sottocultura del disprezzo per la diversità genera violenza.
“Guardami, rido.” Mi sono sentita così piccola al cospetto di tante donne incrociate lungo le mie camminate a Delhi e nelle altre città visitate.
2. Ricordiamo e impariamo da fatti assolutamente selezionati
La seconda comunità islamica del mondo
Nella parte prima, sopra postata, senza stare più di tanto a rifletterci, scrivevo: “Siamo quindi partiti dall’India islamica, dall’India musulmana e dai suoi figli, quelli di un impero che ha rappresentato un vero e proprio apogeo, che poi è andato disperdendosi, mentre intere contrade diventavano indipendenti e sovrani e proprietari terrieri indù tornavano al potere.”
“L’80% della popolazione è indù, circa 827 milioni di persone, ma ciò che non ti aspetti probabilmente è sapere che i 138 milioni di musulmani dell’India, oltre ad essere la seconda comunità religiosa del paese, costituiscono la seconda comunità islamica del mondo dopo l’Indonesia. A seguire, ci sono il Pakistan e il Bangladesh.”
Quando sono arrivata in India e ho iniziato a condividere alcune foto con gli amici che volevano seguirmi nel viaggio, mi è stato subito chiesto: ma dove sei? Sembrano luoghi musulmani!
E già.
Che idea dell’India abbiamo? Un’idea priva di informazione.
Come spiega Miavaldi, confondiamo la realtà, vittime di abbagli e di mancato interesse e approfondimento.
E così, mentre pensiamo che l’India sia oggi una delle più grandi democrazie al mondo, un paese in forte crescita e, ancora, la patria della spiritualità, accantoniamo nella nostra mente che esiste un’India musulmana, figlia di una grandissima India musulmana, ma anche che nell’induismo esiste il sistema delle caste e non sappiamo che gli intoccabili sono vittime di atrocità da parte dei membri delle caste superiori, oltre al fatto che subiscono privazioni sociali per essere tali, e che la minoranza musulmana è vittima di violenze terribili e discriminazioni atroci ad opera della destra induista.
“La questione della sacralità della vacca è diventata uno degli strumenti di elezione per perseguitare chi la vacca non la adora ma la mangia.”
“Milizie armate composte da protettori della mucca pattugliano giorno e notte strade e villaggi per far rispettare la sacralità della vacca, aggredendo e talvolta uccidendo chiunque sospettino stia trafficando o mangiando mucca. Basta il sospetto.”

Eppure, qualche elemento per pensare che oggi tutto questo è reale lo abbiamo dalla storia che conosciamo attraverso il Mahatma, assassinato da un estremista induista proprio per essere tollerante con i musulmani.
Eppure, ancora, quando ci dicono sono stata in India, chiediamo subito alla persona se ha visto il Taj Mahal.
Eppure, i siti musulmani che andiamo a visitare in India sono parte integrante della lista del patrimonio UNESCO.
E quindi, che significa? Che non ci sta niente da fare: dissociamo, selezioniamo, e poi isoliamo quello che evidentemente siamo portati a mettere da parte, deformando la realtà.
Qual è la località che maggiormente mi ha messo in crisi? Pushkar.
Ho pensato alla mia difficoltà di avvicinarmi a un certo mondo così distante dal mio e a come provarci, intanto, per crescere e capire come andare oltre quelli che sono limiti tutti miei.

Ma questo mi ha consentito di comprendere anche quali sono gli elementi che per tutta la vita riterrò oscuri, abietti, inaccettabili.
Ed ecco che il racconto di Miavaldi mi introduce un nuovo eroe. Nuovo per me, che ignoravo completamente fosse esistito:
Bhimrao Ramji Ambedkar
Potete leggere di lui e approfondire. Per Ambedkar non si tratta, come sostiene la Grande Anima del Mahatma, di tutelare i dalit (gli intoccabili) dalle violenze e dare loro più diritti, per Ambedkar le caste non devono esistere affatto.
Scrive Miavaldi: “Mentre Gandhi, provenendo da una famiglia agiata del Gujarat, trova nella tradizione religiosa gli strumenti e le coordinate per guidare il Paese verso l’indipendenza, per Ambedkar la stessa tradizione religiosa rappresenta l’ostacolo principale alla creazione di una vera India democratica.”

Vi riporto un episodio avvenuto con una guida, all’ingresso del Mehrangarh Fort: ci spiega che i dalit possono arrivare a ricoprire anche cariche alte dello stato, come vi accennavo nell’articolo su Pushkar, ma restano intoccabili e non possono entrare nei templi.
La guida declamava come fosse stata allestita tutta una cerimonia al di fuori di un tempio, quando dovevano farvi partecipare l’ex presidente Kovind. La guida, signore e signori, ne parlava in modo enfatico e orgoglioso mentre la mia mascella precipitava al suolo persa nello stupore della mente.
Oggi la presidente indiana, appartenente al partito di estrema destra di Modi, come il suo predecessore, è Droupadi Murmu, una donna di origine tribale (etnia santhal).
Ma prima di lasciarci andare a considerazioni romantiche, è bene riflettere sulla divisione delle informazioni che compiamo inconsapevolmente.
Nel fare una piccola ricerca su di lei, trovo, ad esempio, che esiste questa rivista, Etnie, imbattendomi in quest’articolo: https://rivistaetnie.com/droupadi-murmu-presidente-134679/
3. Il pregiudizio ideologico di cui ci nutriamo in modo del tutto inconsapevole
Come dicevo nella premessa, quando ho deciso di partire, quello che davvero non immaginavo è quanto un viaggio sul quale io non nutrivo nessuna pretesa particolare, rispetto al semplice fatto di andare dall’altra parte del mondo a vedere che diamine ci sta, potesse suscitare un tale nugolo di frasi fatte, tra cui: “che meraviglia, chissà quanta spiritualità”; “un viaggio dell’anima, sublimazione dell’esistenza”.
Ok, di nuovo: ma che idea abbiamo dell’India?
Ragazze e ragazzi, care e cari, la nostra mente vola ai Beatles e al loro White Album?
Ai racconti dei documentari sulle settimane a Rishikesh, ai piedi dell’Himalaya, per imparare le basi della meditazione trascendentale nell’ashram di Maharishi Mahesh?
I Beatles e i loro amici vip sperimentarono molto poco la meditazione, in compenso si diedero parecchio da fare tra droghe e sesso e godettero di locali a loro dedicati, rimessi a nuovo e completamente avulsi dal resto dell’ambiente estremamente spartano e povero.
L’unico ad essersi davvero interessato alla cultura e alla spiritualità indiana fu George Harrison (In Norwegian Wood inserisce per la prima volta il sicar, che già stava studiando da tempo.)
La nostra mente vola alle pratiche Yoga, che fanno bene a mente e corpo e che dobbiamo alla saggezza indiana?
Fin dal primo giorno di governo lo yoga è entrato nelle strategie di soft power della nuova India di Narendra Modi.
E l’ONU, dopo il discorso di Modi alle Nazioni Unite del 27 settembre del 2014, dichiara il 21 giugno (solstizio d’estate) giornata internazionale dello yoga.
Miavaldi illustra egregiamente come lo yoga moderno abbia fatto il giro del mondo e sia tornato a casa tra le braccia della destra nazionalista hindu.
Intanto vi lascio con un suo articolo: https://ilmanifesto.it/un-secolo-ultrainduista.
Ah, il manifesto! Mi direte… Allora, vi lascio anche un contro articolo de il Correrie della sera, molto più vip, menta fresca per l’anima, leggero, ottimista… Sì, sono ironica.
Ma le operazione di separazione e obliterazione di cui parlavamo prima le riconosci banalmente dallo stile giornalistico da rivista di intrattenimento, dal consiglio benevolo e accattivante, da Novella 2000 a Silhouette donna: https://27esimaora.corriere.it/articolo/la-storia-di-modi-premier-yogi-dellindia.
Il punto è che purtroppo spesso hanno anche toni professionalmente più convincenti, illustrano quote parte di realtà e sì, te la bevi con il succo antiossidante e drenante al cranberry.
CONCLUSIONI E ARRIVEDERCI
Quello che questo percorso mi ha donato è talmente grande che non saprei davvero riassumerlo in poche parole.

Tutto ciò che so importa poco, se non desidero sapere altro.
Tutto ciò che posso imparare, dipende da quanto sia disposta a mettermi in discussione.
Tutto ciò che non desidero imparare è come disprezzare gli altri, restando ferma nel disprezzare chi disprezza a prescindere l’altro, quando colpevole solo di essere diverso.
Voglio nutrirmi della mia capacità di amare e farla crescere.
Voglio rivendicare il mio diritto a scegliere chi non abbracciare mai nella vita,
ma solo dopo essere andata a fondo nella ricerca di una verità che può farmi ribaltare radicalmente la visione di dove sia ciò che per me significa giusto e, quindi,
scegliere, senza farmi da parte, mai.




Se ci tornerò? Sì, ma devo convincere Paolo a organizzare al sud e per Varanasi.














