Quando prendevo una ciliegia e le staccavo lo stelo, prima di divorarla, lasciando che quel nettare delicatamente dolce, custodito da una piccola punta di aspro, mi accarezzasse i denti sorridenti di gioia, passavo sempre i polpastrelli delle dita sulla fossetta lasciata libera dallo stelo e finivo con il pensare alle fossette dei sorrisi di Aura.
Aura aveva due fossette sulla guancia destra e una sulla sinistra ed erano fossette di ciliegia.
Le ragazze che crescono tra gli alberi di ciliegio hanno le fossette quando ridono e divorano i sogni che trovano adagiati su qualsiasi cosa si presenti sotto i loro occhi.
Un tavolo, un tappeto, un fiore, un animaletto.
Ogni cosa animata e non è rivestita di sogni pronti per essere mangiati da occhi curiosi che vivono solo accanto ai sorrisi di giugno.
All’ennesima notte insonne, e in piedi da prima dell’alba, decisi di abbracciare un desiderio inconscio, che probabilmente da tempo voleva essere notato e diventare realtà per la mia mente intorpidita in mille cose urgenti e gravi di cui, dopo un mese, non sarebbe importato più a nessuno.
Prima dell’alba ogni cosa è magica, i sogni assopiti sulle cose animate e non sono visibili anche allo sguardo più attento di chi non possiede la magia del mio frutto più amato.
Mentre assorta guardavo il mare, mentre albeggiava, si avvicinò e sorrise.
Le fossette delle ciliege.
Avevo riconosciuto quel sorriso dopo 30 anni.
L’ultima volta che l’avevo vista era stanca e aveva un velo di tristezza negli occhi.
Avrebbe terminato gli studi e sarebbe scappata via ovunque, desiderava ardentemente scoprire come perdersi.
Lo adorerò.
Diceva.
Sei davvero tu?
Sì.
Sei bellissima, fatti guardare.
Sembrava spuntata fuori da un cartone animato degli anni ’80.
Aveva quell’irresistibile aria dell’artista sfrontata, sicura di sé e allo stesso tempo irrequieta.
Abbiamo parlato delle sere d’inverno davanti al camino nella casa in campagna dei suoi nonni, del frutteto, delle mele annurche e di quella enorme pianta di fichi gustosissimi, di quella volta che ne avevamo mangiati talmente tanti da sentirci male.
E ancora le prugne, le tiravi giù dalla pianta che avvolgeva con i suoi rami la salita di cemento, sotto la quale si affacciava l’ingresso del pozzo e lungo la quale adagiavamo le nostre schiene per alzare le braccia, cogliere e mangiare.
E c’erano le camminate nel sentiero tra le file di granone, al termine del quale si arrivava in paradiso: la distesa di alberi di ciliegio, la cui corteccia ti scorticava le gambe quando insistentemente, arrampicandoti, volevi arrivare ai rami più alti.
Ma adesso cosa fai? Dove vivi?
Un po’ qui, un po’ lì, dipende.
E da cosa?
Da cosa voglio essere e se desidero farlo per qualcuno in un certo momento.
Una scossa elettrica, fredda, farcita di neve sciolta, fluiva sulla pelle delle mie braccia che non avevano più sangue.
La guardavo dritta negli occhi, per interrogarla senza parlare.
Ora sono Aura. Tra poco non più.
Mi volse le spalle e andò via.
Un battito di ciglia fu sufficiente per non vederla più, nonostante l’ampio lungomare da percorrere senza possibilità di scomparire in alcun vicolo, prima che potessi urlarle di fermarsi e di raccontarmi di lei.
Le sere più fredde accendevamo il camino.
E ancora c’erano le lucciole e si sentivano i grilli.
Adoravo arrampicarmi sugli alberi e adoravo pensare che le fossette delle mie guance fossero quelle lasciate dagli steli del frutto più straordinario del mondo.
Sono stata anche ciò che, io, ho desiderato essere.
E sarò sempre e solo chi desidero essere.


