A Firenze sono tornata a luglio scorso. Sono salita su quel freccia rossa in un momento particolare. Ma il solo fatto che stessi tornando a Firenze mi faceva sentire protetta, coccolata già in anticipo dalla bellezza.
A volte sembra che i viaggi, per qualche magico motivo, siano stati programmati esattamente per quando ne avresti poi avuto bisogno, mentale, fisico, psicologico.

Il mio dialogo con questa città ha inizio quando ero adolescente e studiavo ossessivamente storia dell’arte. Magari ricordassi tutto quello che sapevo benissimo da ragazzina. E il Rinascimento, poi… Lo adoravo. Il mio preferito? Il Buonarroti. Quante volte ho consumato con gli occhi il David alla Galleria dell’Accademia? Una tale infinità che in questi pochi giorni che ho ripreso per me, essendoci stata ancora la volta precedente, ho deciso di dedicarmi ad altri luoghi.
Avevo da tempo scelto di andare quel fine settimana, per vedere in extremis la mostra di Emin.
Ho deciso subito come organizzare il mio tempo. Quando sono sola elaboro rapidamente, stabilisco il prima, il dopo, tutto all’istante, momento per momento, e sento di non sbagliarmi mai. Ma a Firenze è tutto ancora più semplice, naturalmente.
E sono partita da lei: la ragione principale di questo mio piccolo viaggio.

SEX & SOLITUDE a PALAZZO STROZZI è stata la prima mostra istituzionale in Italia dedicata a Tracey Emin… E, che dire, allestita in modo che il suo mondo ti investisse, ma con gentilezza. Dopo il fortissimo impatto iniziale, all’ingresso della prima sala, dove a ferirmi, immediatamente, sono state le parole, colpendomi ancor più del come le stesse venissero proposte, è stato come se le pulsioni fortissime, che avrei provato successivamente nel percorso, mi venissero di volta in volta annunciate, un attimo prima, come se ci fosse qualcuno a guidarmi, accompagnandomi. E in effetti era così, avevo affianco due antichi compagni di viaggio: uno ritrovato di recente e l’altro che mi è entrato dentro sin da ragazzina; il primo, Munch, il secondo, Schiele.

«Ogni immagine è entrata prima nella mia mente, ha attraversato il mio cuore, il mio sangue, arrivando alla fine della mia mano. Tutto è passato attraverso di me». T. E.

«Voglio che le persone provino qualcosa quando guardano il mio lavoro. Voglio che sentano sé stesse. Questo è ciò che conta di più». T. E.

“Il titolo (della mostra) richiama due poli centrali della ricerca dell’artista: da un lato, il corpo e la sessualità evocati attraverso immagini di intensa fisicità; dall’altro, la solitudine e la vulnerabilità, che permeano il suo lavoro e trovano espressione in una figurazione carica di tensione emotiva.”
“Il corpo, fragile e carnale, è da sempre al centro della sua indagine, sospeso tra desiderio e sofferenza, amore e perdita.”
Amore e perdita… passione, desiderio di consumarsi, bruciare la parte più profonda di se stessi per non risparmiarsi nel vivere; sofferenza e abbandono, solitudine e introspezione, ricovero in se stessi, rigenerazione, eternità. Mi hai dato tutto questo, donna straordinaria, araba fenice.
«Il neon ha sempre avuto una connotazione un po’ squallida. Ma lo trovo anche sexy. È scintillante, pulsante, audace, vibrante. […]. Per me ha sempre avuto un fascino meraviglioso». T. E.

“Alto quattro metri e mezzo, Love Poem for CF (Poesia d’amore per CF, 2007) è uno dei neon più grandi di Emin, in cui la passione sessuale si traduce in poesia. Il suo messaggio di dolore amoroso si basa su versi scritti negli anni Novanta per l’ex f idanzato Carl Freedman.”
“I neon di Emin combinano la sua linea distintiva, sia scritta che disegnata, e il suo talento nell’uso del linguaggio, che emerge sia nei titoli che nei testi. Emin trasforma la luce in emozione, utilizzando il neon in modo espressivo piuttosto che concettuale.”
«Hai messo la tua mano / Sulla mia bocca / Ma il rumore comunque / Continua / Ogni parte del mio corpo / sta Urlando / Frantumata in un / Milione di pezzi / Ogni parte / Per Sempre / Appartiene a te».
Sono rimasta nella prima sala letteralmente inchiodata da quelle parole. Sentivo il mio torace trafitto da ogni sillaba, fermo, privo di respiro, intrappolato, sospeso. Ogni parte del mio corpo sta urlando FRANTUMATA e ogni parte apparitene, appartiene, appartiene (quanto male fa?) a te.




Nei dipinti come quelli nelle foto iniziali, ho trovato tantissimo Munch ma, come già ero sicura accadesse, quanto ripreso tantissimo da Schiele è stato ciò che più mi ha scombussolata.
Quando ho conosciuto Egon da ragazza non ne venivo a capo. Lui mi entrava dentro. Wally mi entrava dentro, e detestavo gli ultimi dipinti, meno conturbanti, dove era ritratta Edith, nella sua solidità plastica e borghese.
Wally era tutto, era la passione e anche l’ideale, quello di libertà e giustizia che conservi nel profondo, quello di un essere vivo e vibrante.
In Tracey ho trovato l’Egon di Wally e la Wally che mi smuoveva ogni molecola della pancia, quando rapita osservavo i suoi ritratti.

E Tracey mi ha fatto notare qualcosa di cui non mi ero mai accorta… Come ho potuto non rendermene conto prima? Ho provato un imbarazzo incredibile: David Bowie amava Schiele e in molte sue foto riprende delle pose da autoritratti del pittore.
È stato così che Tracey ha conosciuto Egon, grazie a Bowie, quando ha saputo che nella foto della copertina di Heroes il cantante dispone le mani riprendendo la posa proprio da uno di questi autoritratti del pittore austriaco.
Quanto ho riportato accenna solo minimamente alla ricchezza dell’esposizione.
L’invito è quello di inseguire Tracey Emin ovunque si trovi.
Risveglierà una parte di voi, risveglierà una parte di sé dentro di voi, che è anche in voi.
Magari quella che non volete riconoscere, quella che avete trascurato e isolato, dimenticando quanto possa darvi oggi, riemergendo da un passato che si fa presente, ma in modo nuovo, portando consapevolezza ed energia.
We can survive.
Oh we can be Heroes, just for one day.
We can beat them, for ever and ever.

