In copertina, Ponte di Rialto, Venezia, 1926, pastello su carta.
“La terra è un gigantesco atomo vivente… Ha pensieri e una volontà; le nuvole sono il suo respiro, i temporali i suoi sbuffi profondi, la lava rovente il suo sangue brillante. Perché, allora, non dovrebbe anche il Sole avere una volontà, grazie a cui irradia la luce di cui è ricco in tutto lo spazio? Tutto ha vita e volontà e movimento, le rocce e i cristalli quanto i pianeti.” E. M.
Una sezione della mostra è dedicata alla vicinanza di Munch al monismo, dottrina filosofica “che riporta la pluralità degli esseri a un’unica sostanza o a un unico principio”, secondo la quale “la mente e la materia, le forze invisibili e il mondo materiale convergono.”
Il Falciatore è del 1917, è evidente un forte dinamismo che coinvolge l’uomo, che abbiamo la sensazione di vedere in movimento e, allo stesso tempo, la terra e il cielo sembrano ruotare attorno a lui. “La terra amava l’aria, l’aria la consumava, così la terra divenne aria, e l’aria la terra. Gli alberi estendevano i loro rami verso i cieli e consumavano l’aria. Gli alberi si separarono dalla terra e divennero esseri umani. Tutto è vita e movimento; anche al centro della terra rifulgono le scintille della vita.” E. M.

Ora devo essere completamente onesta: il dipinto mi colpisce, vedendoci una ispirazione a Van Gogh e questa proiezione verso la congiunzione cielo, terra, uomo, un tendere verso la ricerca di questa congiunzione, attraverso energia, movimento… ma rispetto alla prima fase del percorso, mi allontano. La mia visione diventa distante. L’audacia delle emozioni più intime si spegne. E nonostante mi senta molto attratta dalla meccanica quantistica, di cui non so nulla, dall’Entanglement quantistico e da quanto tutto questo sia oggetto di studio interdisciplinare anche in filosofia e psicologia, devo dire che questa rinnovata visione armonica di Munch mi lascia interdetta, dopo le emozioni forti vissute nel percorso fino a questo momento.


I due dipinti di cui sopra riecheggiano moltissimo in Oskar Kokoschka, che espresse entusiastica ammirazione per Edvard Munch.
Dopo il crollo nervoso che lo porta a trascorrere otto mesi in una clinica di Copenhagen, nel 1908, Munch avverte di doversi aprire a un cambiamento, intanto tornando a vivere in Norvegia. Acquista una tenuta a Kragerø, sul fiordo di Christiania. Nel 1909 partecipa al concorso per la decorazione dell’aula magna dell’Università della capitale. Il suo progetto verrà accettato solo 5 anni più tardi dopo molte discussioni. Le tele si dispongono in un dialogo concettuale che dà seguito a quanto già accaduto con il Fregio della Vita, “sostituendo, però, ai dolori e piaceri dell’esistenza individuale… le eterne forze universali”. Le tele ospitano colori chiari e luminosi che simboleggiano il nuovo equilibrio raggiunto.
Verso la luce è del 1914. Munch utilizzò una versione di questa litografia proprio per pubblicizzare i dipinti realizzati per l’Università. Organizzò mostre a Oslo e a Berlino. Un uomo saluta il sole: il Sole è sicuramente simbolo principe di questa rinnovata energia. Scrive Munch: “Mi trovavo su un’alta montagna… Vidi il piccolo pianeta terra… Vidi dove il cambiamento in materia cominciava, come l’aria corrodeva la materia dura e le forme di transizione fra pietra e atmosfera furono create… Vidi il singolo individuo, dal primo momento in cui la luce lo penetrò, come i suoi desideri presero a svilupparsi lentamente ma inesorabilmente… Urlò dopo aver ricevuto il nutrimento; vide il sole e protese le sue braccia verso di esso.”

Quello che è straordinario, sempre, in un percorso del genere, è scoprire cose che assolutamente non immaginavi di un autore che ha vissuto sfaccettature dell’anima così diverse, e questo ti affascina, a prescindere dal fatto che poi tu senta appartenerti specificatamente uno di quei cristalli vivi, dagli spigoli affilati e taglienti, piuttosto che l’altro dagli angoli arrotondati e, al tatto, come fosse di velluto, quello trasparente e luminoso, o l’altro, che è come avvolto in una coltre di fumo: frammenti della sfera magica delle emozioni di quell’uomo con cui stai dialogando e che è scomparso ottantuno anni fa.
E così scopro i dipinti dell’Italia, la sua visita alla tomba di Peter Andreas Munch, suo zio, che è stato un grande storico norvegese, morto in Italia. Il dipinto La tomba di Peter Andreas Munch, parte del percorso mostra, è del 1927, non ne ho scattato una immagine e cercandolo in rete per essere sicura di aver visto proprio quello, ho trovato questo commento commento, che vi posto:
Ma la cosa che mi è maggiormente piaciuta dell’ultima parte del percorso è stata entrare nel mondo dei sui autoritratti. L’ho trovato un modo efficace per chiudere emotivamente il cerchio sulla esperienza artistica di Munch.
“Munch è stato un prolifico creatore di autoritratti”, ha colto l’occasione di avere un modello sempre disponibile per indagare la maniera più efficace di catturare la propria espressione e le caratteristiche fisiche che hanno contraddistinto la sua immagine, indagata costantemente allo specchio, accompagnandosi così in un percorso di mutamento del suo corpo e del suo stato d’animo, fino ad arrivare al suo ultimo dipinto che sembra essere Autoritratto con l’orologio, realizzato tra il 1940 e il 1943.
A questo punto è interessante anche riprendere una sezione della mostra, che ha chiuso il primo piano del percorso, dedicata alla esperienza di Munch legata alla fotografia. Come molti altri artisti, Munch la sperimenta come mezzo di ricerca espressiva. “I suoi scatti sono spesso volutamente fuori fuoco o sovraesposti, tanto che le immagini acquistano la consistenza di fantasmi. Ciò che lo interessa è lo spiazzamento percettivo, attraverso lo sdoppiarsi dei contorni, il loro farsi ambigui”. E Munch ritrae se stesso anche nelle sue fotografie.
Tornando ai dipinti, impressionante è Autoritratto all’inferno, del 1903: l’uomo è destinato a bruciare per l’eternità, una fascia rossa intorno al collo appare come il segno di un cappio, mentre le fiamme e la sua ombra, che si fa lugubre e gigantesca, fanno da sfondo al suo corpo giallo, infetto, malato, avvolto in una rassegnata attesa, e a un volto la cui espressione sembra annientata dall’impotenza.

Munch acquista la sua tenuta di Ekely nel 1916. In questo luogo di ritiro, circondato da un vasto terreno alle porte di Oslo, il pittore trascorre il resto della sua esistenza e quasi in totale isolamento. Il suo stile continua ad evolversi, anche attraverso la rielaborazione di messaggi da altri grandi delle avanguardie del ‘900 quali Marc, Matisse e Picasso. I rapporti con la Germania restavano privilegiati e nel 1927 fu organizzata una mostra a Berlino con oltre duecento dipinti dell’artista. Più tardi, nel 1937, ottantadue dipinti dell’artista furono invece indicati come esempio di “arte degenerata” e ritirati dai musei del Reich, quindi venduti all’asta in Norvegia, madre patria del pittore che fu invasa tre anni dopo dalla Germania. “Munch rifiuterà sempre di avere qualsiasi contatto con gli occupanti, chiudendosi sempre di più nel suo isolamento.”
A questo periodo appartengono gli autoritratti che posto di seuito.

Autoritratto a Bergen risale al 1916, quindi ai primi anni nella tenuta, dalla quale Munch compiva ancora viaggi per seguire l’allestimento delle sue mostre in varie città europee. A Bergen l’artista si riprende con le spalle alla finestra della sua stanza ad’albergo. Ciò che risalta non è il primo piano, né lo sfondo, ma il contrasto tra l’espressione oscura del primo e la tranquilla quotidianità qualunque del secondo. Se si trattasse di una fotografia direi che sembra un fotomontaggio, per il modo in cui spunta la figura umana dall’angolo, con la sua espressione perplessa, mentre ci guarda come per dire, che fare, sono qui, non ci possiamo fare nulla! Questo autoritratto sembra il preludio de Il viandante notturno, del 1923-24: stanco e insonne, l’artista entra nell’inquadratura intimidito dalla propria invasione di un suo stesso spazio. Tale sensazione è accentuata agli occhi dell’osservatore da quel pavimento che “scorre” alle sue spalle e dal contrasto della sua testa illuminata, colta dalla luce probabilmente della luna proveniente dalla finestra. Questo dipinto è il mio autoritratto di Munch preferito: il Munch che si aggira insonne ancora alla ricerca di pace, consapevole di una impossibilità di dialogo completo con il reale che lo attornia… Fluttua nella estraneità verso la fine dei suoi giorni. Ritrovo il filo! Quello che Munch stesso non ha mai perduto, quello con la parte più disperata della sua anima afflitta dai lutti della sua vita: il ponte tra autoritratto all’inferno, autoritratto a Bergen e questo Viandante, viandante nell’etere dell’impossibilità di un sogno. Amo, ancora, questo Edvard Munch, sebben maturo, non più disperato perché consapevole, ma ancora comunque struggente.



Gli altri due dipinti qui sopra sono Autoritratto davanti al muro di casa, del 1926, e Autoritratto con testa di merluzzo, del 1940/42. Ancora vedo Kokoschka, che di Munch ha raccolto senz’altro una importante eredità e gli dedicò uno scritto nel 1953, intitolandolo L’Espressionismo. Edvard Munch. E in effetti Kirchner, Nolde, Schmitt-Rottluff e altri componenti del Die Brücke hanno sempre riconoscito in Munch un maestro e lo invitarono molte volte a esporre con loro.
Arrivando alla fine del percorso, ci attende Autoritratto tra l’orologio e il letto, sopra già citato, del 1940/43. Il dipinto mi riecheggia subito Matisse, come del resto L’artista e la modella, esposto nel corridoio in cui ci si avvia all’uscita.
Questo dipinto mi accoglie. Come? Ma se Munch sta lì che aspetta la morte, tra lo scorrere del tempo e l’eterno riposo dell’orologio e del letto e con l’ombra della croce davanti ai piedi e la porta verso l’ignoto, che simboleggia la sepoltura? Sì, ma lo fa serenamente, è disteso, e lo fa dentro un quadro dalle linee e dai colori “matissiani” e, ancora, consapevolmente rassegnato dall’impossibilità di giungere all’amore, rappresentato dal busto di donna raffigurato a destra, e dall’inutilità di contare i minuti, le ore, rispettando il tempo nella sua essenza di entità intangibile, rappresentato da un pendolo privo di lancette. Mi accoglie ancor di più proprio questo orologio privo di lancette, così surreale, surrealista, in quanto orologio sempre presente in tante pellicole di Bergman, soprattutto i pendoli!

Trovo infine molto delicato e commuovente che a salutare il visitatore siano opere come Gli scalini della veranda (foto dal web), del 1922/24, nelle sue tinte cupe e misteriose, in uno stile che invece mi riecheggia Van Gogh, e, ancora, Notte stellata, 1922/24 che reinserisco rispetto alla prima parte, soggetto ripreso da Munch più volte e che ancor più richiama l’omonimo dipinto dell’artista olandese e, ancora, Ragazze sul ponte, 1927, che inserisco di nuovo rispetto alla copertina della parte terza, in cui è tagliato, immagine iconica dell’ultima mostra che si tenne in Italia quarant’anni fa, e il delicato e suggestivo Inverno a Kragerø, del 1912.
E questo perché lo spettatore si sente accompagnato ancora dalla scia delle emozioni lungo l’intero percorso, ma attraverso dipinti che raggiungono una sorta di serenità attraverso l’uso della consapevolezza: le ombre incombono e incomberanno sempre, ma la forza dell’essere umano sta nel vivere accettandone la coesistenza, nell’attesa di una morte che è fine e principio, perché tutto, nell’esistente, nello spazio e nel tempo, è collegato.





