Munch. Il Grido Interiore. Parte terza – La chiusura del primo piano, al cuore del percorso… e il Fregio della Vita?

In copertina, Ragazze sul ponte, 1902. “La folta chioma dell’albero, raddoppiata nell’acqua, diventa più scura e si allunga, indefinitamente, a ricordare che le cose osservate da un altro punto di vista cambiano aspetto e che apparenza e verità quasi mai coincidono.” (Federica Armiraglio)

Il percorso è stato strutturato benissimo… ma mi sono chiesta come mai non si fosse data enfasi al Fregio della Vita, che rappresenta lo spaccato della esistenza artistica di Munch più affascinante e straordinario! L’idea! La visione di ciò che tutto unisce e sublima!

Munch è a Berlino, ha dipinto il Bacio, Vampiro, Madonna… e “inizia a pensare all’idea di racchiudere le sue opere nell’ambito di una sequenza dove il significato di ogni dipinto risulta accresciuto dalla presenza degli altri e una rappresentazione univoca guidi l’osservatore nella comprensione della poetica dell’autore sulle tematiche di amore, vita e morte.”

“Riunii tutti i dipinti e scoprii che diverse immagini avevano un’affinità di contenuto. Appendendoli l’uno accanto all’altro era come se improvvisamente tutti fossero pervasi da un’unica melodia, il risultato era una unica sinfonia”. Il concetto è sicuramente derivato da quello dell’opera d’arte totale di Richard Wagner, che Munch ammirava. Accordi cromatici e linea ondulata il leitmotiv delle opere di Munch.

Il Fregio della Vita viene esposto alla Secessione di Berlino del 1902.

Le opere sono sistemate in quattro sezioni: Nascita dell’amore, Sviluppo e dissoluzione dell’amore, Angoscia di vivere, Morte.

Sono le opere del Munch che tutti noi conosciamo! Cosa voglio dire?

Per noi Munch è l’autore de L’Urlo, di Vampiro, Madonna, un precursore dell’Espressionismo, colui che si è alimentato di Simbolismo, di pittura Nabis e Fauves.

Uno spaccato di insieme all’interno del percorso del primo piano, con riferimento al Fregio e alla evoluzione artistica di Munch fino agli anni berlinesi, mi avrebbe aiutata a ricostruire emotivamente, accompagnata per mano dalla mostra, i motivi più profondi per cui l’autore, come lui stesso sosteneva, finisce con il trasmetterci qualcosa, si tratti della incomunicabilità stessa, della comunicazione della incomunicabilità… Ma stiamo parlando della ciliegina su una torta già meravigliosa.

“Il centro de Il Fregio era occupato dalla Danza della Vita, dipinto tra il 1899 e il 1900. La coppia in primo piano sono in realtà Larsen e suo marito, estranei a tutto il resto della scena che si volge sullo sfondo dietro di loro.” “La figura di Tulla appare moltiplicata tre volte, la fanciulla in abito bianco, che occupa la parte sinistra della tela, rappresenta la fiducia verso la vita, la purezza e l’illusione amorosa; la figura femminile centrale, che indossa un abito rosso, personifica, invece, la tentazione, la quale, ammaliando il suo compagno di danza, lo trascina nel vortice della passione amorosa; la donna in nero, sulla destra del quadro, è l’esclusa, simbolo anche del lutto e della morte, che osserva, con uno sguardo muto e tragico, la felicità delle altre coppie danzanti, consapevole del suo carattere illusorio ed effimero.”

La Danza della Vita non è in mostra.

Ma il centro della mostra è occupato da un dipinto straordinario che lo richiama completamente: Il Fregio di Linde (Danza sulla Spiaggia, del 1904.)

Quello che è incredibile è che non sono riuscita a capire con certezza lungo il percorso quali e quante opere de Il Fregio della Vita fossero presenti.

Di Nascita dell’amore, ho visto Il Bacio, il Rosso e il Bianco e, di Madonna, stampe con lo stesso soggetto del dipinto, in cui l’artista inserisce una cornice con disegnati degli spermatozoi e in basso a destra in angolo un embrione con occhioni impauriti che richiama la figura de L’Urlo.

Madonna è il mio preferito, perché esercita quell’attrazione magnetica dovuta alla sensualità della posa, alle linee curve che risucchiano in un vortice la mente, e la mente viaggia proiettandosi in dimensioni sovrapposte passate, presenti e future… è un vortice, una spirale di emozioni che la mente se la divora.

Altra opera straordinaria è Occhi negli Occhi, del 1894. In mostra ancora una volta trovo una litografia che ritrae lo stesso soggetto del dipinto, che mi suggestiona molto di più: Attrazione II, del 1896. Non solo in questo caso, ma più in generale, non si tratta mai di doppioni o riproduzioni, ma di continue rielaborazioni di quanto un soggetto possa alimentarlo, ancora e ancora una volta.

Di Sviluppo e dissoluzione dell’amore vi ho già riportato Vampiro, qui segue una versione di Malinconia, olio, matita e pastello su tela, del 1891, che precede quindi il dipinto del 1894/96. La datazione del dipinto ci fa capire come l’opera sia al punto di svolta di Munch, nello stile e nel soggetto: più che soffermarsi sul protagonista, vuole coglierne il disagio emotivo in sé. E in effetti ad essere ritratti sono, protagonisti di un triangolo amoroso, tre membri del Christiania Bohémem: Christian e Oda Krogh e Jappe Nilssen, quest’ultimo ritratto a seguito dell’abbandono della donna, che sullo sfondo si allontana con il marito.

De L’Urlo, che è parte di Angoscia, terza parte de Il Fregio della Vita, che non viene spostato dal museo di Oslo, c’è una litografia semplicemente straordinaria che francamente preferisco al dipinto. Sarà colpa delle emoticon e di Scream, ma il dipinto mi rimanda a una dimensione fumettistica, che non mi fa immergere in quella che invece ci ha lasciato il pittore, in quella sensazione di angoscia assurda che provò, all’improvviso, alzando gli occhi e vedendo il cielo con quei colori intensi e combinati tra loro in modo così inquietante per il suo animo.

In questa stampa le curve non hanno bisogno del colore per irretire psicologicamente ed emotivamente lo spettatore. Il vortice che mi avvolge di fronte a Madonna qui si spoglia della fascinazione e dell’attrazione dovuta alla sensualità del soggetto, diviene spirale di timori repressi e soffocati, che si stagliano contro un muro invisibile che non lascia, però, attraversare alcun suono… e il grido diviene muto, esplode in una futile energia, rimbombando solo all’interno del nostro animo.

In mostra vi è anche Angoscia, 1896, in cui è ripreso un uomo la cui figura si staglia sullo stesso scenario de L’Urlo.

Il percorso mostra naturalmente si sofferma sul rapporto “Munch/Psicologia Moderna.”

Viene riportato un appunto di Munch del 1893: “Ho dipinto solo ciò che ricordo e non ho aggiunto nulla. Da qui la semplicità e l’apparente vuoto in molti quadri. Ho dipinto impressioni dell’infanzia… colori e linee che avevo visto in uno stato emotivo e così sono stato in grado di creare l’atmosfera emotiva ancora una volta.” “Le immagini di Munch sembrano simboleggiare alcuni dei processi psicoanalitici spiegati da Freud ne L’Interpretazione dei Sogni (1899)”.

In effetti, a tal proposito, appare particolarmente interessante quanto trovo nel saggio di Stian Grøgaard, I richiami della memoria in “La bambina malata”. Un saggio per i 150 anni di Munch, riportato nel lavoro dello psicoanalista Luca Trabucco, dal titolo Munch. L’In/visibile grido della psicoanalisi, acquistato nel bookshop al termine della mostra. Vi riporto alcuni dettagli nel seguito.

Intanto ci viene spiegato come tutto il percorso che l’autore compie nel distaccarsi dal Naturalismo, parta dall’inizio dell’esercizio di inclusione della memoria e dell’esperienza interiore nel dipinto, e il primo dipinto fra tutti a sperimentare questo nuovo inizio fu La bambina malata, del 1896. “La pratica en plein air e dell’osservazione quotidiana fu messa in discussione dalle nuove tendenze artistiche e all’arte fu nuovamente permesso di abbracciare il solenne e l’artificiale”

Il dipinto non è in mostra, ma vi sono una litografia a colori del 1896 e e una incisione a punta secca del 1894.

“La rottura con il Naturalismo, segnata da La bambina malata divenne il programma per il Fregio, una serie di dipinti realizzati senza limiti precisi dal 1893, che mirava a rappresentare la vita dell’anima moderna coinvolta non in insignificanti attività quotidiane, ma nell’amore, nella malattia e nella morte”.

“Ciò che importava era come la pittura potesse essere un promemoria degli avvenimenti, delle passioni e delle sofferenze umane.”

A questo punto subentrano due elementi estremamente interessati:

“Ne Il Fregio, l’osservazione si fa distante. L’onere di prendere parte direttamente al dipinto è abbandonato e la memoria si pone su un piano diverso. Da questo momento Munch ha trovato un punto di bilanciamento tra il coinvolgimento estetico e personale. Dall’interno del Simbolismo, sembra aver sviluppato un gesto pittorico che può trasmettere le tracce dell’esperienza personale in una espressione estetica, dando a quest’esperienza il carattere dell’autenticità.”

Tracce di esperienza, ripresa a distanza… Ibsen e Strindberg, la fotografia di una scena teatrale, che cattura il dramma, ma esternamente. E le tracce di esperienza sono frutto della pura memoria?

Ancora un passo del saggio risulta emblematico nella interpretazione dell’uso della memoria da parte del pittore:

“Al posto della sorella Sofie seduta sul letto vi è la cameriera della famiglia, Betzy Nielsen… Il profilo della bambina assomiglia a Betzy, anche i capelli rossi sono presi dal modello osservato, non dalla sorella Sofie. Munch aveva bisogno di scambiare una traccia di memoria con le tracce che erano alla sua stessa presenza in quanto osservatore. Si muove nella direzione opposta del sognatore, che disattiva la percezione e ha a disposizione tracce della memoria del giorno precedente, che unite a immagini sbiadite del passato remoto vanno a formare la percezione illusoria di ogni sogno.”

Comprendo a posteriori quello che ho elaborato, riprendendo le fila delle emozioni vissute lungo il percorso della mostra e il leggere de Il Fregio e rivederne le opere dai miei testi. Intanto percepisco la differenza tra le emozioni che ho provato ora e quello che mi è accaduto con gli Espressionisti tedeschi (dopo il percorso mostra uscii sconvolta) e dopo Van Gogh (uscii in lacrime)… E il motivo per cui prima degli esami all’università o di uscire con un ragazzo che mi piaceva pregavo loro come fossero santi … “Oh, Kirchner, caro, tu solo puoi capire la mia anima!”.

Penso al tipo di angoscia che mi trasmette Munch nella rappresentazione della incomunicabilità. Una rappresentazione forte che mi colpisce, mi segna, anche pensando all’oggi, alle persone che non si guardano negli occhi e finiscono con lo strillare, credendo che le loro grida possano comunicare imposizione attraverso l’impeto della loro foga. E di fronte a tale violenza il tuo grido si fa sordo, lasciandoti solo e impotente, come ne l’Urlo.

Ma poi ho bisogno di Kirchner, per pensare alla mia di anima, di Schiele, di Van Gogh, di Nolde, Soutine, per pensare a quanto voglio conoscere me stessa e a ciò che desidero per completarmi, non per ottenere necessariamente qualcosa di tangibile da una realtà che non mi rappresenta. Ho bisogno di coloro che non tanto desideravano rappresentare angoscia e desolazione e incomunicabilità, solitudine… Di coloro che la realtà l’hanno intinta nella loro di angoscia, di solitudine, riversandola così, pregna di infuocato sentimento, sulla tela.

Un ultimo cenno merita l’intro del saggio di Stian Grøgaard sopracitato, che ancora mi insegna cose a me prima ignote:

nelle opere di Freud, nell’indice dei nomi citati, sono richiamati artisti italiani del Rinascimento ma nessun artista contemporaneo. “Nonostante Il Fregio della Vita fosse impregnato dello zeitgeist di fine secolo e, quindi, impregnato delle figure della nevrastenia e dell’impossibile amore e nonostante la sua crescente fama nell’Europa centrale di lingua tedesca, probabilmente Freud non lo sentì mai nominare.” L’autore ci spiega come, d’altra parte, la psicoanalisi fosse sufficientemente controversa senza dover citare soggetti altrettanto controversi, pertanto era improbabile che Freud rischiasse “i propri strumenti analitici su di un’arte che stava lottando per il proprio riconoscimento e non nelle espressioni artistiche che potessero essere influenzate dalla sua stessa ricerca.”

Munch, d’altro lato, non ha mai citato Freud, sebbene fosse sicuramente informato della “nuova psicologia del profondo”.

Chiudo questa parte con il dipinto Consolazione del 1907, che ho trovato commuovente: così realistico, toccante, riprende dolcemente una reale vicinanza. in un contesto in cui l’amore come unione e sostegno reciproco lascia il posto a un sempre conflittuale confronto tra i sessi e alla incomunicabilità di cui è permeato il Fregio della vita.

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