IL MIO INCONTRO CON CASORATI
MILANO, PALAZZO REALE
Il mio corpo è avvolto nell’attesa.
Fermo, si veste delle ore che non desidera vivere.
Fermo, ha indosso bottoni di secondi che non scorrono
e restano incastrati nelle asole di un abito di memoria sorda.
La memoria non desidera dare ascolto ai sentimenti.
Annichilita, resto nell’attesa
e l’attesa non è che l’abito che protegge il mio corpo,
isolandolo da ciò che oggi non voglio vivere.
Voglio aspettare.
Non voglio aspettare nulla.
Voglio solo attendere.

Quel sentimento di ammirazione e interesse che provo sin dall’inizio del percorso mostra, di fronte alle “grandi tempere” si alimenta di una improvvisa meraviglia che mi congela ogni neurone. Il pensiero galleggia sull’assenza del divenire, assenza di velluto: le mie molecole trovano caldo accogliente e non hanno ragione di muoversi. Restano congelate in un equilibrio che non desiderano rompere. Un minimo movimento e potrei scoppiare in lacrime, un minimo sussulto e potrei vedere ciò che non desidero più conoscere.
Sono annichilita in un’attesa fine a se stessa, attesa di un nulla che è già dentro di noi e che desideri espandere perché ti protegga e fuoriesca e ti avvolga completamente isolandoti da qualsiasi cosa.
“L’estetica di Casorati è tutta un elogio dell’inquietudine, dell’indecisione, degli errori nativi, contro le schematiche antinomie delle inutili mediazioni… la sua è una cultura del curioso, con le dispersioni caratteristiche del naturalmente ricco… Mentre si fondavano le più allegre e consapevoli congreghe della rivoluzione si parlò dell’episodio Casorati (solitario, occupato con strana modestia a capire Tiziano, i segreti dei procedimenti tecnici) come di una deplorevole resa alla vecchia accademia sovrana.” Il testo è tratto da un saggio del 1923 di Piero Gobetti su Casorati. Gobetti parla anche di “virtù di solidità costruttiva più intime che a mano a mano sarebbero venute soverchiando le esteriori virtuosità d’accatto.”
Per questo è un pittura che entra dentro, perché fa riflettere; al di là della metafisica delle immagini c’è una ricerca metodica, puntuale, volta all’obiettivo, che dava appiglio ai detrattori per accuse di freddezza e austerità, mentre proprio per la sua disciplinata persistenza scavalca i confini dell’ordinario, per aprire alla magia delle emozioni più nascoste, isolate, meno accette.

Casorati inizia a creare la serie delle grandi tempere nel 1918, a Verona. Mi sono soffermata sul ritratto di Teresa Madinelli Veronesi, dello stesso anno, per la fissità dello sguardo sereno della donna, protetta da una austera eleganza, isolata da una realtà che è possibile ignorare. La scacchiera sul pavimento, a dispetto della immobilità della scena, ferma nella raffinatezza che fa da sfondo alla borghese solidità dello status della donna, scorre verso una porta che apre su un nero profondo. Ma questo accade al margine destro della scena. L’abisso per quanto possibile può essere ignorato?


A catturare poi tutto il mio interesse sono stati L’Attesa, come immaginabile dall’incipit di questo articolo, 1919, Bambina o Interno o Ragazza con scodella, 1919, riportati qui sopra, Mattino o Colazione, 1919/20, Un uomo o l’Uomo con le botti, 1919/20, riportati qui di seguito. Lo scenario è spoglio come nel ritratto prima citato, la stessa fissità metafisica si veste di connotazioni completamente diverse. Le espressioni assenti sui volti spenti e l’assenza stessa dello sguardo assorbono i personaggi nel contesto di cui fanno già parte gli oggetti: il corpo è nella stessa attesa della scodella, della botte. Ho come la sensazione che non vi siano porte su un abisso nero, perché l’abisso è già nella scena, è sempre nero, ma si è vestito dei colori beige e mattone per insinuarsi silenziosamente nella realtà delle vite sospese dei protagonisti.


Sull’onda emotiva che mi ha rapita di fronte a queste tele, arrivo a scuotere quel vuoto che alberga nell’anima davanti ai dipinti della sezione intitolata “Le figure melanconiche”. Si tratta di dipinti di donne e ragazze ritratte tra il 1931 e il 1937, come quelli catturati dalle immagini qui sotto, di cui l’ultimo ha tenuto in custodia un angolo del mio cuore: un corpo nudo, addormentato, dimentico di qualsiasi cosa, eppure in dialogo con quella parte di sé non visibile, che si specchia e si mostra, che reclama presenza. Nulla è scontato, nulla è prevedibile, a partire da ciò che appartiene a noi stessi. Ma naturalmente questa idea rappresenta solo la mia esperienza con il dipinto.



Ho parlato all’inizio di un sentimento di ammirazione e interesse provato subito, già di fronte ai lavori di esordio di questo pittore che mi ha aperta a un mondo incredibile e ancora da me poco indagato, a quello de “il ritorno all’ordine”, dell’arte italiana tra le due guerre, che ha visto protagonisti artisti come Carlo Carrà, Giorgio Morandi, Mario Sironi e Felice Casorati. Casorati fu amico di Piero Gobetti, Massimo Mila, Alfredo Casella e Carlo Levi.
E scopro che il rapporto con Gobetti in particolare è oggetto di articoli e libri. La storia della loro amicizia è commovente e credo che il ritratto di Gobetti realizzato da Casorati e che ho recuperato sul web esprima tutto ciò che deve senza bisogno di aggiungere alcuna parola.

Per quanto a Carlo Levi, che per motivi comuni a molti ho particolarmente nel cuore, pur considerando Felice Casorati un maestro, l’artista fece parte di quella cerchia di pittori detta “i sei di Torino” che non aderirono al “neoumanesimo di Casorati” ma vollero compiere un percorso che prendesse le fila dalla pittura francese, dall’impressionismo ai fauves: con Levi, Edoardo Persico, Gigi Chessa, Francesco Menzio, Enrico Paolucci, Jessie Boswell.

Nella sezione Allegorie e Simboli, riconosciamo l’ammirazione di Casorati per Klimt, ma anche il richiamo ai classici del Rinascimento come Sandro Botticelli. In generale qui emerge il percorso dell’artista in chiave simbolista.

Una delle immagini iconiche della mostra è questa nella foto qui sotto: Tiro al bersaglio o tiro a segno, del 1919. L’ho trovato un lavoro davvero curioso. Intanto, si iniziano a notare i gusci d’uovo, ma soprattutto le maschere sembrano in attesa di riprendere un lavoro sospeso da tempo. E in effetti Casorati dichiarerà nel 1958, in occasione di un servizio filmato della Rai, con riferimento alla guerra: “Io per quattro anni non ho dipinto e dopo la guerra il mio primo quadro è stato questo”.

Tornando al tema delle uova, “le Uova sul cassettone suscitarono l’entusiasmo dei critici a lui favorevoli come Piero Gobetti e Lionello Venturi, per la loro assoluta originalità, conseguita con una composizione perfettamente calibrata, il colore umile, la forma amata come tale e la conquista di una luce nuova e antimpressionistica. Oltre al confronto con Cézanne, la cui ammirazione è evidente comunque in molte sue opere, vi è un rimando a “Piero della Francesca che, nella pala di Brera, ne aveva fatto l’emblema della sua pittura”.


Silvana Cenni, 1922, ancora uno dei dipinti più noti dell’artista, è un ulteriore omaggio al Maestro, reso attraverso la rivisitazione della figura della Madonna del Polittico della Misericordia di San Sepolcro, 1445/62.


Mi avvicino al termine di questa mia rivisitazione del percorso, citandovi opere celebri e di non minore fascino, che pure hanno suscitato in me forte emozione, sebbene non quanto le grandi tele o i ritratti melanconici. Ancora un altro stile, ancora altre sorprese da parte di questo artista che ha saputo reinventarsi con grande serietà e discrezione. La prima tra le tante altre opere straordinarie presenti è quella che forse proprio più affascina per eleganza e perfezione nella composizione, che è anche quella scelta per il manifesto della mostra. Raja, 1924/25, ritratto delle sorelle Markmar, era esposto nella sezione dedicata al sodalizio tra l’artista e i Gualino, la coppia di collezionisti e mecenati protagonista della vita culturale di Torino negli anni venti del Novecento.

Sotto, ancora, riporto il ritratto di Cesarina Gurgo Salice, 1922, che mi ha colpita per la pulizia formale, la modernità nello sguardo, la lucentezza preziosa dei verdi. Ritroviamo tutto questo nel testo seguente:
“Ballerina, acquerellista, mecenate e collezionista, Cesarina Gurgo Salice Gualino è stata una delle figure più interessanti degli anni Venti e Trenta.
La sua individualità è difficilmente definibile. Contenta di un nulla, è indifferente a un tutto; di spirito vivace, pronta nel percepire e nel ribattere, temibile avversaria nelle discussioni, è compagna di viaggio deliziosa. Mai ammalata, d’umore quasi perennemente ottimo, sempre disposta a mutarsi dall’oscuro in sereno, afferra prontamente i lati comici della vita e ci fa su ogni volta una magnifica risata. […] Danza e pittura sono i due cardini fondamentali sui quali poggia l’attività spirituale di mia moglie. (Riccardo Gualino, Frammenti di vita, 1931)”

I due dipinti, le cui immagini riporto di seguito, sono invece le conversazioni platoniche, il primo del 1925, il secondo del 1929, che riprendono temi, come il nudo e le forme plastiche, comuni nella pittura di Casorati a partire dalla seconda metà degli anni venti. Colpisce il distacco tra le due persone raffigurate nel dipinto del 1925 , un vero e proprio contrasto tra la donna, che emana sensualità e presenza umana, e l’uomo, perso nelle sue riflessioni, scalato in tutt’altro contesto emotivo. Nel secondo lavoro avvertiamo invece quella vicinanza che rende l’atmosfera più intima e a noi più familiare.


Gli ultimi dipinti che voglio citarvi, ancora una volta sono opere che mi hanno lasciato fiorire dentro qualcosa di speciale e di unico e si ricollegano, per me, al tema dell’attesa, dell’attesa di qualcosa che sarà o non sarà mai, ma che ha senso in quanto tale, perché è essa stessa essenza di potenziale, di un divenire che magari nemmeno ci appartiene e che non vogliamo immaginare o che stavolta vogliamo abbracciare.
Beethoven, 1928. Ancora uno specchio, come nella fanciulla da me prima citata. Una bambina, stavolta, una partitura. Un cane. Una chitarra. Cosa appartiene alla bambina? Cosa ha scelto la bambina e cosa attende il rapporto tra la bambina e il cagnolino, che si regge esclusivamente sul musetto, del secondo, rivolto verso di lei? Sta aspettando che lei si giri per giocare con lui o è perso nell’attesa di un qualcosa che non arriverà e lei prenderà quella partitura e seguirà un dovere, o un suo capriccio, o un desiderio? L’espressione della bambina resta enigmatica. Ma in questa scena l’attesa è qualcosa di magico, non può prescindere dall’idea di un divenire, idea insita nella raffigurazione di una bambina, idea insita in noi se pensiamo a una bambina.

Annunciazione, 1927. “Il divino compare sotto forma di (doppia) donna, attraverso una geometria complessa moltiplicata dallo specchio: chi è Maria? Chi è l’angelo? Maria è lei stessa un angelo? Siamo davanti a un enigma pieno di grazia”. Ma l’annunciazione è tale di un qualcosa che avverrà: è, ancora, attesa. Attesa che sai non ti proteggerà, attesa non fine a se stessa. Lei è assorta. Lei si prepara al divenire, lei vivrà il divenire. Un divenire complesso, tra vero e irreale, come in un gioco di specchi e che andrà vissuto.
L’attesa che volevo mi proteggesse non è più tale, l’abito ha perduto i bottoni dei secondi che sono volati via e tutto, da un momento all’altro, inizierà a fluire, e tu con tutto il resto.
La memoria non desidera dare ascolto ai sentimenti,
ma i sentimenti desiderano andare oltre la memoria.


