Come ci si arriva a raccontare un’esperienza così, che ti ha commossa fino alle lacrime, arrivando a quell’ultima sala, con il grigio e nero dei pannelli che ti penetrava l’anima?
Con calma e desiderio di comprensione e conoscenza, faccio un passo indietro, alla prima volta in assoluto che sono entrata nel Museo di San Marco.
Era l’estate del 2022, subito dopo ferragosto, e incredibilmente ancora non vi avevo mai messo piede.
Avevo deciso di farmi un regalo che mi ricucisse dentro.

Avevo vissuto la fine di un rapporto molto lungo. Non volevo ammettere che nel tempo mi stessi solo annichilendo, adagiandomi in un routine fatta di orari folli a lavoro, che hanno in effetti perdurato, e in una pigrizia che non mi consentiva di coltivarmi. Ha posto lui fine a tutto questo ed è l’unico elemento di cui gli sono grata.
L’elaborazione è stata lenta, per il difficile distacco dovuto a una menzogna che non ho mai compreso, ma che mi ha insegnato che il pregiudizio più pericoloso lo eserciti su te stessa, dando per scontato che ci siano persone migliori di te solo perché hanno avuto la fortuna di potersi centrare la vita sui propri interessi artistici.
Questa riflessione mi avrebbe aiutato, poi, in tempi più recenti, a distinguere nel marasma delle asserzioni forzate e sloganistiche di chi si crede migliore per partito preso, senza mai degnarsi di entrare nel merito di una reale conoscenza dei fatti.
Alla fine, come sempre accade, doveva subentrare la verità per liberarsi e potersi finalmente mettere in gioco e rinascere, e scoprirsi.
Le persone si arrogano il diritto di umiliarti e decidere per te quale debba essere il tuo rapporto rispetto a quanto comunque è a te che sta accadendo, e paradossalmente quando ti stanno buttando via.
Follia.
Quei fatti, in veste reale, appartengono anche a te.
La trasfigurazione del reale attraverso una menzogna che pretendi di lasciare in eredità a chi non vedrai più è la cosa più volgare che si possa fare.
Così, l’unica cosa che poi ti fa arrabbiare è il tempo ulteriore che ti hanno fatto perdere, sterilmente.
Col tempo, ovviamente, dimentichi anche quello.

Ero sola con il mio regalo, ed è stata la mia unica permanenza a Firenze, nell’infinità di volte in cui ci sono stata, in cui ero tesa, stanca.
Non avevo dormito, non riuscivo a ricentrare la mia presenza nella mia stessa esistenza fuori dal lavoro, in ferie, in una normalità che non sapevo di poter vivere con me stessa.
Ci sono delle prime volte che non accadono a caso.
Ci sono delle prime volte che devono arrivare nella tua vita come un miracolo.
Era giovedì 18 agosto 2022 e sono entrata in una realtà parallela.

Mi ha accolto un chiostro, aperto a un cielo che già minacciava tempesta… Aperto alla tempesta, perché se sei in pace puoi accoglierla, riceverla, rigenerartici… come fosse un dono.

Timidamente, con discrezione e con quella delicata curiosità che mi contraddistingueva da adolescente e che sentivo appartenere a me sola, e che dunque mi avvolgeva in un mistero impenetrabile, che nessuno comprendeva, finendo con l’essere disprezzato perché inaccessibile, sono entrata nella sala dell’Ospizio.
L’Angelico risuona nella ragazzina non ancora adolescente, bigotta, che suona il flauto traverso in chiesa, quella che improvvisamente a tredici anni impone la volontà di intraprendere il karate e lasciare il flauto, quella che alla fine continuava solo a cercare un modo per nascondersi e macerare da sola qualsiasi emozione, sperando di apparire mediocre pur di non essere disturbata dalla mediocrità. L’Angelico risuona allo stesso modo nella donna adulta che non ce la fa a restare da parte, e deve agire.
“Fra’ Giovanni da Fiesole, più noto come il Beato Angelico (Vicchio di Mugello, Firenze, 1396-1400 – Roma, 1455), è figura fondamentale nella pittura italiana del XV secolo, fra le più discusse e forse incomprese.” Il mio meraviglioso Piero Adorno me lo introduce così e, ancora, mi spiega cose che a me non erano assolutamente più note, quali che Angelico viene definito per la prima volta nel 1469 e che più tardi venne chiamato anche Beato, senza che la Chiesa lo avesse riconosciuto tale fino all’età contemporanea (1983-84).
Adorno evidenzia come il soprannome abbia intensificato il legame della figura dell’Angelico al tempo dell’affermazione del divino, il medioevo, piuttosto che al rinascimento, di cui egli pure ha fatto parte, periodo associato all’affermazione dell’umano.


Rivedo le foto del 2022 e scopro di aver ripreso su più punti quella tela straordinaria: una fila di tombe scoperchiate separa ineluttabilmente i dannati, segnati dalla giustizia divina del non perdono, dai beati, ammessi alla città di Dio. I superiori dagli inferiori, il bene dal male.

Sorrido pensando alla lacerazione dei miei sentimenti, in decenni, che ha finito con l’aprire una fila di tombe che mi hanno disposta, sbagliata come sono, tra quei dannati… Guarda, guarda come sono leggiadri i giusti! Sorrido davvero.

Quand’è che inizia tutto questo straordinario miracolo?
Il 21 gennaio (data del mio compleanno) 1436, papa Eugenio IV cedette ai domenicani di Fiesole l’antico convento silvestrino di San Marco. Dal 1437 al 1452, su commissione di Cosimo de’ Medici, Michelozzo lo ricostruì interamente. A partire dallo stesso momento, l’Angelico si traferì nella nuova casa domenicana, rivestendola di affreschi via via che procedevano i lavori: il miracolo aveva inizio.
E io salgo le scale…
Arrivo in cima…
E scopro una ad una le celle dei frati.

Ambienti minuti, colori delicati che declamano pace. E amore. Silenzio. Raccoglimento. Nessun desiderio e, allo stesso tempo, il solo desiderio di una pace divina, superiore, astrazione dal terreno, salvezza delle anime.

Sento un calore che mi scende nelle gambe, si raccoglie intono alle mie ginocchia. Ogni mio singolo ossicino, muscolo, organo ha una vocina che mi dice che sta osservando, che pur di osservare, e da vicino, e sempre più vicino, desidera liquefarsi ed evaporare e arrivare a sfiorarlo il miracolo.
Per questo sento questo calore diffuso, è l’anima di ogni molecola che sfiora le pareti del mio corpo, per uscire fuori…
Il corpo ora è solo un contenitore, io sono aggrappata a quegli affreschi con le piccole anime di ogni mia piccola molecola.
Gregorio Botta (Rothko. Viaggio a Firenze) riprende gli stessi concetti riportati dal Maestro Adorno e spiega come l’Angelico a San Marco entri in uno stato di grazia. “Qui può esprimere la sua arte in modo libero e puro, perché non dipinge per il pubblico. Non per istruire i fedeli, non per la gloria del committente. E’ in un luogo separato, protetto, riservato solo ai frati. Un luogo di preghiera: della sua preghiera.”
Entri nel pieno del miracolo di fronte all’Annunciazione della terza cella.
“La scena si svolge sotto un portico rinascimentale, come in uno dei chiostri che Michelozzo stava costruendo. L’ambiente è completamente spoglio di ogni decorazione superflua” (P. Adorno).
Lo spazio è occupato essenzialmente da due presenze, racchiuse in un unicum di una semplicità disarmante: l’Angelo e Maria sono congiunti tra loro graficamente e psicologicamente dalle arcate, che ricollegano il capo della vergine alle ali dell’Angelo, e dallo sguardo che procede dagli occhi dolcemente compassionevoli dell’Angelo a quelli intimiditi di Maria, che volgono in basso.
Sguardi che si muovono al di sopra del fascio di luce che può solo provenire dalle arcate aperte di sinistra, del chiostro, ma evita contrasti e si diffonde avvolgendo le due figure teneramente sospese in un dialogo accessibile solo a loro, a quegli sguardi, protetti dalla fede.

Markus Rothkowitz nasce nel 1903 a Dvinsk (oggi Daugavpils, Lettonia) ai confini con l’impero zarista. Gli ebrei sono perseguitati e il padre emigra per primo alla ricerca di una vita migliore negli Stati Uniti, dove lo raggiunge il resto della famiglia a scaglioni. Markus partirà 3 anni dopo, a dieci anni, affronterà il viaggio vestito alla russa e con un cartello appeso al collo che recita: “Non parlo inglese.”
Solo nel 1940 cambierà il suo nome in Mark Rorhko.
Rothko è un ribelle, non sa cosa vuole davvero, perché sa di dover cercare, perseverando nella ricerca di se stesso. Allo stesso tempo è infatti sempre risoluto… Di volta in volta valuta ogni cosa, la sottopone al suo giudizio e sceglie.
Dovrà attendere di trovarsi, e per caso, davanti a quanto diventerà la sua linfa vitale e il suo destino, per abbracciarlo e sceglierlo con passione e tenacia. inizialmente sembra fosse negato per il disegno. E ancora, negli anni a venire, sceglierà di cambiare, evolversi, acuendo la propria visione artistica, definendo il suo stile, quello che lo ha reso celebre nella storia dell’arte.
Markus ci arriva a queste successive elaborazioni anche grazie a un viaggio a Firenze, grazie a San Marco e all’Angelico.


San Marco è lo stesso luogo che mi ha rapita e che successivamente mi avrebbe portata a ripetere a tutti che è diventato il mio luogo preferito di Firenze.

Sono connessa, Mark Rothko, posso viaggiare nei tuoi dipinti.

Mi accingo a farlo, con tutti i limiti che derivano dal non essere una studiosa.



