BODY OF EVIDENCE | PAC

SHIRIN NESHAT

Guardami negli occhi

Ho il mio corpo

Guardami negli occhi

Ho la mia bocca, il mio mento, il mio collo

Guardami negli occhi

Ho un cuore e quando batte forte il mio respiro accelera e il mio torace si gonfia

Guardami negli occhi

Perché non sono lo specchio dell’anima

Guardami negli occhi, specchio del mio corpo, che rivendica esistenza

Io esisto, completamente esisto

Il mio rapporto con la mostra Body Of Evidence al PAC di Milano è stato totalizzante.

Il resto del mondo si è dissolto ed esisteva solo quello spazio così efficacemente allestito.

Teloni neri mi separavano dallo scorrere di immagini che mi avrebbero congelato la pelle, scivolandomi addosso, sulle gambe, sulle braccia come forse solo il bianco e nero sa fare.

Sotto la mia pelle, tutto si è fermato. Perché l’immobilità non è impotenza. Perché l’immobilità abbraccia la sorpresa e lo stupore e la bellezza nelle intercapedini dell’orrore.

Serve immobilità. Dentro. E silenzio, anche, dentro.

Per essere predisposti, non dico pronti.

Immobile respiri e lasci che il senso di sopraffazione, cui la sorpresa e il senso di impotenza ti hanno esposto, ceda il posto a una nuova consapevolezza.

A una rabbia che non ti scompone, perché giusta, legittima, limpida, coscienziosa.

Una rabbia che è sentimento sano, da coltivare con saggezza e disciplina.

Senza rinunciare alla bellezza, senza rinunciare a nulla che ti completi e ti restituisca a te stessa.

Anche quando non hai più una terra e non appartieni a nessun luogo e vivi esule, sospesa tra due mondi che ti vedono estranea, diversa.

ROJA

È proprio questo il motivo conduttore di Roja, opera video del 2016, proiettata nella terza sala e da cui scelgo di partire, perché è senz’altro quello che maggiormente mi ha colpita per quel senso di privazione di un riconoscimento, perché siamo tutti diversi, anche chi è nato sotto lo stesso tetto, nella stessa famiglia e quindi non ha senso.

Shirin Neshat nasce in Iran nel marzo del 1957. Ha studiato negli Stati Uniti dove si è trasferita nel 1974. Ha quindi osservato quanto accadeva nel ’79 nel corso della rivoluzione islamica da Los Angeles. E’ tornata in Iran solo dopo la morte di Khomeini nel 1990 e ha trovato un paese profondamente mutato. Ha quindi intrapreso il suo percorso di ricerca e denuncia delle dinamiche alla base dei rapporti di genere e sulla sua posizione di esule, sospesa tra la terra natia e quella in cui vive.

Roja è il racconto di un sogno dell’artista. Tutto ha inizio in un teatro dove la scena mi ha ricondotto all’atmosfera surrealista di Mulholland Drive. L’attore finisce con il rivolgersi direttamente alla protagonista invitandola a salire sul palco per smascherare la propria identità. Il sogno è diventato un incubo, che si protrae quando la ragazza, uscita dal teatro, incontra una donna iraniana avvolta nel suo velo che la respingerà con forza.

Ora andiamo alle prime sale. E ricostruiamo l’inizio di questo viaggio che non immaginavo così incredibile.

FERVOR

Ad aspettarti, dietro il primo telo nero, è Fervor, lavoro del 2000.

Fervor è stata la scelta perfetta per aprire il percorso, perché si venisse completamente assorbiti sin dall’inizio e la visita diventasse, come ho detto prima, totalizzante. L’amica che era con me mi ha chiesto se potevamo rivederlo. Lo abbiamo visto due volte di seguito. Probabilmente avremmo potuto rivederlo ancora una terza volta.

Un uomo e una donna restano in contatto emotivamente, empaticamente, dopo essersi incrociati, ma senza incontrarsi mai realmente. La donna e l’uomo partecipano a un evento che vede donne e uomini separati e impossibilitati a guardarsi.

La bellezza nelle pieghe dell’orrore: gli occhi di lei, l’intera luce del suo volto, di un fascino alieno che senti non aver mai colto prima, trapassano il nero delle vesti delle donne tutte, il palco su cui si muove il predicatore e ancora il telo nero che la separa dall’uomo, altrettanto bello, diverso dagli altri.

La proiezione è duplice e procede su diversi piani, contrapposti come contrapposti sono i colori che caratterizzano gli abiti neri delle donne e le camice bianche degli uomini e il percorso parallelo e opposto dell’uomo e della donna, destinati ad incrociarsi ma senza potersi incontrare mai.

TURBOLENT E RAPTURE

Turbolent (1998) e Rapture (1999) proseguono sul tema della divisione di genere e della discriminazione, ancora attraverso il gioco degli schermi doppi.

In Turbolent il riferimento è al divieto dato alle donne, dopo la Rivoluzione del 1979, di cantare da soliste in pubblico, perché la loro voce possiederebbe una carica erotica intollerabile.

In Rapture, ancora, uomini e donne sono divisi, distanti e presi da attività che li mettono in completa contrapposizione. Ma sul finale la scena è completamente delle donne, che hanno costruito una barca dove alcune di esse affrontano il mare aperto, scegliendo un destino ignoto, probabilmente di morte, ma pur sempre autonomamente deciso.

LAND OF DREAMS

Ancora surreale e dalle tinte distopiche è Land of Dreams (2019). Vi troviamo una missione misteriosa, assegnata da una sede e un datore di lavoro ancor più misteriosi, e una commistione di anime, quella della fotografa protagonista e quelle delle persone che deve incontrare…

“Quest’opera fa parte di un nucleo di lavori che include anche un lungometraggio presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2021 e un centinaio di ritratti fotografici di persone che Shirin Neshat, proprio come la protagonista del film, ha scattato nel New Mexico durante le riprese, trascrivendone i sogni in lingua farsi. Un lavoro che allude alle similitudini presenti tanto nella società statunitense quanto in quella iraniana e che, attraverso il sogno e la pericolosità di ideologie e pratiche politiche oppressive, mostra il fatto che, in fondo, orrori come morte e abbandono siano esperienze drammaticamente condivise da tutti gli esseri umani.”

THE FURY

A questo punto del percorso ci attende probabilmente l’opera più dolorosa e devastante per l’anima: The Fury (2023). Prima di entrare in sala, sono disposte delle foto che vogliono riprendere il corpo della donna come oggetto di desiderio e violenza.

Il video è incentrato sulla violenza sessuale e psicologica cui sono sottoposte le donne in carcere. La chiave narrativa scelta è tanto efficace quanto atroce. Una donna bellissima, vestita elegantemente e truccata, danza in casa sua, ma poi lo scenario diventa quello della strada e, ancora, di un ambiente carcerario. E il suo corpo perde gli abiti eleganti e si riempie di segni di violenza, dei segni di un dolore fisico profondo, che non puoi che immaginare ti distrugga fuori e ti annienti dentro.

A questo punto del percorso ci siamo fermate a respirare, ad aspettare… Le emozioni hanno sedimentato dentro di noi con una strana naturalezza. Nonostante il turbamento fortissimo che non riusciva neanche a farci parlare, li sentivo, questi sentimenti privi di sfumature, depositarsi all’interno del mio torace come mattoni solidi, compatti. Puoi non trovare le parole, ma ciò che senti dentro a volte non ha bisogno di argomentazioni per prendere già una linea netta, dritta, priva di torniture che ne smussino gli spigoli. Li vuoi, anzi, tenere tutti gli spigoli.

THE BOOK OF KINGS

La serie fotografica di The Book of Kings (2012) è successiva alla nascita del Green Movement iraniano, che ha preso vita a seguito delle elezioni presidenziali del 2009, quando la vittoria è stata assegnata per il secondo mandato al conservatore Mahmūd Ahmadinejad, con riferimetno al colore dell’avversario politico moderato e riformista Hossein Mousavi. L’esito elettorale è stato contestato per brogli attraverso manifestazioni di piazza caratterizzate da una forte partecipazione giovanile. Le proteste sono state violentemente represse dal regime.

“Il lavoro si basa sul poema epico Shahnameh (Il libro dei Re) scritto dal poeta persiano Ferdowsi intorno al 1000 d.C., un’opera che narra la storia mitica del Grande Iran fino alla conquista islamica della Persia, avvenuta nel VII secolo. In queste immagini fotografiche Neshat ritrae la gioventù iraniana araba dividendola in tre gruppi: le masse, i patrioti e i malvagi. Sui corpi di questi soggetti sono riprodotti a inchiostro illustrazioni e testi calligrafici tratti sia dal poema di Ferdowsi sia da composizioni poetiche di scrittori contemporanei e prigionieri in Iran, un intervento che mette in evidenza le espressioni e l’intensità emotiva dei soggetti ritratti. Come già nella serie Women of Allah (qui esposta sulla balconata), l’artista non solo utilizza la pratica calligrafica, ma riflette sulla forza della volontà rivoluzionaria delle giovani generazioni.”

SOLILOQUY E PASSAGE

Al piano superiore abbiamo trovato, all’inizio e alla fine della galleria, altre due sale, con i lavori Soliloquy (1999) e Passage (2001), molto diversi ma entrambi direi cementifici per quei mattoncini di coscienza solida che si sono andati a depositare, di volta in volta lungo il percorso, nel mio torace. Perché il primo riprende il tema della indefinizione della propria anima, al confronto con un Oriente e un Occidente che non sanno comprenderla e accoglierla completamente. Ma rispetto a Roja, sebbene sia stato girato prima, la constatazione per quanto dolorosa si fa matura, l’incubo lascia il posto al reale, all’architettura, dunque a qualcosa di concreto, di fisico. Sarà questo uno dei motivi che hanno guidato la scelta nell’allestimento, nel lasciarlo sul finale?

Passage, a sua volta, riprende il tema della separazione e della ineguaglianza dei generi, ma è girato a colori. Ancora. il colore si fa tramite di concretezza, rimanda a qualcosa di tangibile e che la coscienza è pronta, ora, ad accogliere su quell’humus che si chiama consapevolezza.

WOMEN OF ALLAH

Infine, impossibile non desiderare di alimentare la mente e il sentire di ogni propria molecola guardando e riguardando ancora le fotografie di Women of Allah (1993–1997).

Il lavoro è stato intrapreso dopo il rientro dell’artista in Iran, nel 1990, quando Neshat, dopo 16 anni di assenza, ha trovato il suo paese completamente cambiato dal regime degli ayatollah. Sulle uniche parti scoperte delle donne ritratte, sono riportati brani tratti da testi di scrittrici iraniane. “Questi segni calligrafici in lingua farsi sono stati vergati a mano, con inchiostro nero, sulla stampa fotografica e si estendono sulle membra quasi come ricami o tatuaggi, una grafia che, come ha sostenuto l’artista, è la voce che rompe il silenzio della donna e della foto.”

L’accostamento alle armi comunica ancor più incisivamente il senso di violenza e sopraffazione di cui le donne sono vittime e, ancora, richiama il concetto di martirio, strumento della rivoluzione che fa leva su quella mistura difficilmente districabile nelle coscienze di chi è vittima di uno stato di cose imposto a senso unico, fatta di fanatismo religioso e identità politica.

Al termine del percorso quei mattoncini di coscienza solida, che via via sono andati aumentando e compattandosi, paradossalmente non pesavano, alleggeriti dal desiderio di conoscenza e di approfondire ciò che esiste, ciò che altri esseri umani e donne provano su quella che è solo una piccola sfera dove potenze crudeli si agitano per rivendicare la propria esistenza, attraverso l’oppressione di esseri umani che dovrebbero poter solo vivere se stessi, e vivere in pace con gli altri.

Non chiudere gli occhi.

Mai.

Guardami negli occhi, che sono lo specchio del mio corpo che rivendica ESISTENZA.

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