Vorrei dirtelo, ma è impossibile.
Provo a respirare piano, a parlare piano, per non rompere l’equilibrio, non rompere l’equilibrio…
un velo di lacrime si deposita sulla superficie dei miei occhi.
Tutto sfuma, le parole si dissolvono nelle lacrime, le lacrime disciolgono il pensiero nella incomunicabilità di una forma che non esiste più al di fuori di me.
Dimmi che posso toccarti...
…e sentire gli atomi delle mie dita trasmetterti il calore del mio corpo, una piccola parte dell’intensità dei miei pensieri.
Ti sfioro ma non senti nulla.
E allora provo a spiegarlo, perché tu possa ammettere che è impossibile: io ti sfioro, ti tocco, ma non senti nulla.
Per la mostra avevo promesso agli amici che sarebbero venuti con me che mi sarei preparata, per una introduzione degna dell’evento, mi riferisco in questo caso a quello di incontrarci, incrociandoci in un giorno tra Napoli, Genova e Roma stessa.
Ma mi sono ridotta all’ultimo momento per rispolverare le mie reminiscenze sull’argomento, nell’ora e circa venti minuti del Freccia Rossa Napoli Centrale/Roma Termini (i treni sono salvifici ;), partendo da uno dei testi che ho sul grande pittore norvegese, quello che risultava più semplice infilare nello zaino, il classico Rizzoli/SKIRA. Bellissimo *.*
Come riportato anche nell’incipit del saggio di Rudy Chiappini, per comprendere Munch, così, di primo acchito, e per una lettura della sua storia che vada un pochino oltre il riconoscerlo come l’autore de L’Urlo, dobbiamo tener presenti alcuni elementi: il retaggio della cultura nordica è uno di questi, animata da miti e leggende, con la Natura, sempre grande protagonista attraverso le sue estreme manifestazioni, e la componente visionaria che si offre alle suggestioni di chi vi si avvicina. E, ancora, le grandi distanze che caratterizzano il paese in cui vive, attraversando il quale si compiono migliaia di chilometri prima di ritrovarsi tra esseri umani.
Mi riconnetto già in treno con quello che la lettura di questo artista mi ha sempre trasmesso, con quella componente visionaria, che sfuma i contorni di esseri e cose, che sembrano avvolti in una propria nebbia, emersa dall’interno, dall’anima.
Solitudine, incomunicabilità.
La vita di Edvard Munch è stata caratterizzata da una sequela di lutti che lo hanno privato prima della madre, morta a trent’anni, nel 1868 (Munch aveva solo 5 anni), poco dopo della sorella prediletta Sophie, poi, ancora, del padre, morto improvvisamente nel 1889 e, ancora, dell’unico fratello Andreas.
Dipingere per Munch è esplorazione della propria interiorità. Spiegherà che la sua opera “è in realtà un esame di coscienza e un tentativo per comprendere il mio rapporto con l’esistenza. Essa è dunque, per certi aspetti, una forma di egoismo, ma spero sempre di riuscire, per il suo tramite, ad aiutare gli altri a vederci più chiaro”. Ancora, scriverà: “l’arte nasce dalla necessità dell’individuo di rivelarsi all’altro. Io non credo in un’arte che non nasca dalla forza, spinta dal desiderio di un essere di aprire il suo cuore.”
Cura alla incomunicabilità? Piuttosto sintesi del suo razionale.
Nella scena teatrale di Morte nella stanza della malata, la rappresentazione della più totale impossibilità a comunicare mi ha travolta. L’individualità estrema con cui ogni personaggio si staglia sulla scena, annientato, anzi, ipnotizzato dalla propria forma di dolore e dal proprio intimo modo di viverlo, senza alcun contatto con gli altri, senza alcun contatto visivo, oramai, neanche più con la malata, seduta di spalle su una sedia, mi ha angosciata ma anche confortata allo stesso tempo: è così, non si può lottare per qualcosa che non puoi ottenere.



Sul letto di morte la febbre, 1893, pastello, è ancora una delle opere più coinvolgenti esposte, per me, per la teatralità della scena, che riprende l’intimità indescrivibile e individuale del dramma.

“Munch riteneva che la mente individuale, le visioni interiori e il recupero cosciente dei ricordi dessero forma alla percezione diretta della realtà, fino a sostituirla.”
Sono pensieri che riecheggiano in tutta l’arte del Novecento.
“Munch nasce quindici anni dopo Gauguin, dieci dopo Van Gogh, uno dopo Klimt.”
Il percorso attraversa tutte le tappe essenziali della vita artistica del pittore.
Nel 1882, a Christiania (che cambierà il suo nome in Oslo nel 1925), Munch fitta uno studio con altri sei colleghi e Frits Thaulow, un paesaggista che si offre di sovrintendere con Christian Krohg (il più importante pittore naturalista norvegese) il loro lavoro da tutor, ammira particolarmente l’arte del giovane Edvard e si offre di pagargli un viaggio a Parigi. L’anno seguente Munch espone al Salone di Christiania. I primi dipinti sono marcatamente ispirati al naturalismo, come emerge anche dai ritratti esposti in mostra.

Quindi, sempre a Christiania, frequenta il circolo bohémienne capitanato dal carismatico Hans Jaeger, scrittore naturalista, filosofo e attivista politico anarchico che, per il suo manoscritto del 1885, Christiania Bohéme, fu condannato a un anno di prigione, per blasfemia e per aver infranto la morale e il pudore pubblico. Cercate in rete le notizie, se non lo conoscete come non lo conoscevo io! Pensare al giovane Edvard che si avvicina a questo ambiente, allontanandosi dai precetti della figura paterna, mentre alimenta il proprio animo di esperienze non convenzionali che sedimentano dentro di lui, costruendo quel suo stile unico che sarà ammirato e di esempio per i miei amati Espressionisti tedeschi… è esaltante!
“Jaeger perse il suo lavoro come stenografo presso il Parlamento e, inoltre, il libro fu confiscato copia per copia e riconsegnato al pubblico solo 50 anni dopo. Jæger, per sua stessa ammissione, si proponeva con quest’opera di attaccare i tre pilastri su cui si sosteneva la società di allora: il cristianesimo, una morale ipocrita e il vecchio concetto di giustizia. Un romanzo, quindi, scandaloso che sconvolse e divise l’opinione pubblica, tra chi era a favore della libertà di espressione e chi condannava questo attacco ai danni della società borghese.”
“Munch ne era affascinato e vide in lui un maestro, trasferendo nei suoi quadri il tema dell’autoconfessione.”
Nei suoi diari Munch riporta di aver “cominciato come impressionista, ma in seguito alla violenta indagine dell’anima e ai conflitti della vita di cui avevo fatto esperienza nel periodo bohémien, all’Impressionismo mancava quella espressività di cui avevo bisogno nel mio lavoro. Dovevo tirare fuori le impressioni che agitavano la mia interiorità”. (Vedete cosa scriverà poi l’espressionista Franz Marc, nella parte 2!)
Il dipinto in mostra del circolo bohémien di Christiania è del 1895, di molti anni successivi a quelli della sua frequentazione.

Importantissimi, arrivano quindi i viaggi del pittore a Parigi, dove si avvicina al Simbolismo e, nel secondo, compiuto nel 1889, alla pittura di Van Gogh, un artista con il quale ebbe molto in comune. Il dipinto in mostra, Notte Stellata, degli anni venti richiama appunto il suo predecessore realizzato da Van Gogh.

Gli episodi che segnano la svolta nella carriera artistica e nella affermazione del nome del pittore sono senz’altro legati alla personale del 1892 a Christiania e nella successiva di Berlino. La personale di Christiania suscita grande indignazione. Munch ha ormai adottato uno stile che dall’impressionismo scivola sempre più nel simbolismo. La sua opera viene notata da Adeelesten Normann, della Associazione degli Artisti Berlinesi, che decide di promuovere una sua esposizione a Berlino che in effetti sollevò uno scandalo senza precedenti. La reazione negativa alla mostra di Munch, nota come “Caso Munch”, è spesso considerata un evento cruciale che portò alla formazione della Secessione Berlinese di Max Liebermanne altri artisti!
Munch si trasferisce quindi a Berlino dove strinse una intenza amicizia con il drammaturgo August Strindberg che, con Ibsen in quegli anni stava rivoluzionando la letteratura teatrale di fine secolo. E qui si apre un’altra fase straordinaria della sua vita e, ancora, molto tormentata, anche nel suo rapporto con le donne, come proverò a riportare nella parte seconda!

